L’eroe Pietro Micca, cosa c’entra con l’unità dei Savoia? Giù le mani dall’autonomia di un popolo

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di Roberto Gremmo – Cosa c’entra Pietro Micca, l’eroe piemontese del 1706 con l’unità d’Italia? Proprio un bel niente. La strenua difesa dell’indipendenza nelle guerre sabaude antifrancesi non ha niente a che vedere con le avventure militariste  del risorgimento che furono l’inizio dell’imperialismo straccione italiano che conquistava con le armi i popoli, annetteva degli stati sovrani e creava le condizioni per il predominio di una borghesia guerrafondaia che trovava poi il suo momento di gloria armata con l”inutile strage” del 15-18 e poi col regime di Mussolini.

L’assedio di Torino del 1706 difendeva la sovranità di un piccolo Regno Intermontano, non andava a conquistare e sottomettere gli altri Popoli. Già la retorica patriottarda ha da sempre trasformato in eroe cosciente il minatore biellese Pietro Micca, in realtà vittima sacrificale degli ordini scellerati dei suoi superiori, ma era comunque un soldato che stava difendendo casa sua, la sua gente, i suoi legittimi sovrani. Non andava a portar lutti nel Meridione, non stava togliendo la sovranità al Pontefice e non italianizzava i poveri montanari tirolesi.

Quest’anno, la celebrazione della battaglia di Torino del 1706 ha passato il segno e gli organizzatori hanno voluto gabellarla senza se e senza ma come “l’aurora d’Italia”, un falso storico vero e proprio.

Persino i Savoia di quella eroica resistenza non spartiscono con l’Italia, perché i colpevoli delle guerre risorgimentali non appartenevano direttamente alla loro dinastia ma erano e sono di un ramo cadetto, quello degli imbelli ed infidi Carignano. Capaci di iniziare le guerre con un alleato e di finirle accanto al primo avversario; i trafficanti pronti a barattare i domini storici di Nizza e Savoia con l’aiuto mercenario per conquistare nuovi territori e, come se non bastasse, accecati dal mito fallace della Roma imperiale, conquistatrice dell’Impero coi gas asfissianti.

Non mi piace la forzatura storica di collegare la difesa della libertà piemontese con la nascita dello stato unitario centralista. Ed ancor meno mi garba che lo si imponga facendo sfilare soldati, ai suoni delle bande militari, fra gagliardetti, lustrini ed orpelli da caserma, magari sotto lo sguardo estasiato delle nuove autorità politiche (anche di marca salvino-legajola) bardate di tutto punto con le fasce tricolori.

Questa irregimentazione della storia piemontese, che poi vuol dire tradirla, era già in corso con la commemorazione della battaglia dell’Assietta del 19 luglio 1747, una celebrazione nata negli anni Settanta grazie ai poeti della “Campania di Brande’” come momento di riscoperta delle nostre identità e di fraternità fra i popoli alpini e ridotta piano piano ad esibizione di truppe e parate soldatesche, con annessi roboanti colpi di cannone che disturbano la pace solenne delle libere montagne. Celebriamo con giusto orgoglio le pagine gloriose di un piccolo Popolo che ha saputo conservare per secoli la propria autonomia, ma non mischiamo questo passato con tutta un’altra storia. Di cui c’è solo da vergognarsi.

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