Verso il partito dell’astensione. Tanto chi “vince” deve allearsi. Ma adesso non te lo dice…

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di Roberto Pisani – Trenta giorni. Mancano ormai poco più di trenta giorni alle elezioni per il rinnovo del Parlamento Italiano. Ormai pare chiaro che a contendersi la palma di primo partito saranno Fratelli d’Italia da una parte e il Partito Democratico dall’altra. Per quello che può contare. 

Infatti con l’attuale legge elettorale conta ben poco chi ottiene più consensi in quanto, salvo sorprese dell’ultimo minuto, nessuno dei due contendenti raggiungerà la maggioranza del 50% dei votanti più uno, per cui a vincere veramente sarà una coalizione, formatasi prima o dopo le elezioni.

La classica stortura all’italiana. Infatti si va a chiedere il voto agli elettori senza spiegare loro effettivamente cosa può succedere dopo le elezioni. E questa ultima legislatura lo ha dimostrato pienamente. 

Ma siamo proprio sicuri che ad ottenere il più alto numero di consensi sarà uno di questi due partiti? E se tra i due ne spuntasse un altro, ossia il partito degli astensionisti?

Lo so che incitare all’astensione non è corretto e proprio per questo non dirò pubblicamente qual è la mia posizione, però il fenomeno dell’astensionismo a mio avviso va analizzato.

Si possono trovare molteplici risposte alla domanda “perché la gente non va più a votare?”, ma credo che fra le più gettonate vi sia una sfiducia nella politica e, nello specifico, in questa classe politica. Non a caso, secondo me, i due partiti che, stando ai sondaggi, avrebbero più consensi sono proprio quelli che hanno fatto un lavoro capillare sui territori, mantenendone il contatto e non basandosi solo sui social. E infatti in questa legislatura abbiamo assistito al crollo di consensi dei cosiddetti “populisti” che avevano fatto il pieno, o quasi, di consensi alle scorse consultazioni politiche. 

Ma sarebbe troppo semplicistico chiudere il discorso così. Secondo me c’è qualcosa di più. E per spiegarlo mi rifaccio a due dati resi pubblici in questi giorni da Banca d’Italia. 

Il debito pubblico italiano segna un nuovo record a giugno: +11,2 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 2.766 miliardi. Anche le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato nel primo semestre sono cresciute dell’11,9% (pari a 23,2 miliardi) rispetto al 2021, raggiungendo così i 218 miliardi. 

In controtendenza il debito delle amministrazioni locali che è diminuito di 1,3 miliardi rispetto a maggio. D’altro canto, le amministrazioni centrali si sono indebitate di 12,5 miliardi in più mentre gli enti di previdenza in modo tendenzialmente stabile.  (Fonte MF Milano Finanza). 

Ecco. A questo punto mi chiedo: di fronte a dati che testimoniano l’inefficienza di uno stato centrale, che nonostante l’incremento delle entrate fiscali (tasse) aumenta il proprio debito pubblico a causa di un’indebitamento delle amministrazioni centrali, contrapposte ad un calo dei debiti delle amministrazioni locali, non incidono sulla sfiducia verso questa politica sorda e cieca che ignora, o finge di ignorare, tutto questo negando che la soluzione è una vera autonomia politica ed amministrativa territoriale? 

Ignoranza o dolo? 

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