di Stefania Piazzo – Il costo del lavoro viene messo sul banco degli imputati da chi afferma, nelle imprese, che l’alta tassazione non consente di avere più margini di manovra per alzare i salari. Lo Stato a sua volta tassa fino a oltre la metà dei nostri guadagni per mantenere servizi, burocrazia, apparato.
Il mercato a sua volta costringe, vedi la grande distribuzione come paradigma, ad aumentare costantemente i margini di guadagno, la produttività, mantenendo lo stesso numero di personale. I sindacati stanno nel mezzo consapevoli che non si va da nessuna parte e sanno perfettamente che:
- uno: una classe politica che è inetta e amministra il Sud come viene viene, non ha saputo capitalizzare fondi, risorse, contributi, territori, per azzerare il divario culturale, sociale, economico col resto del Paese e d’Europa
- due: il Nord accusa il colpo della povertà e di un costo della vita discriminatorio rispetto ad altre aree del Paese. Ma dirlo e riconoscerlo e soprattutto risolverlo, farebbe gridare allo scandalo e alla discriminazione. Che, di fatto, c’è già al contrario
- tre: o mangi la minestra o salti la finestra
I grandi colossi del pet, o del no food… Mai chiesto come lavorano i dipendenti?
I governi vanno a colpettini di bonus, di aggiustamenti alle tasse in ordine sparso.
Riporta Openpolis che undicesima è “la posizione dell’Italia in Ue (tra i paesi membri dell’Ocse), in termini salariali. Questo dato è rimasto costante tra 2019 e 2022. Nel nostro paese si guadagnano mediamente 44.893 dollari lordi l’anno, meno che nei paesi dell’Europa nord-occidentale ma più che in quelli orientali e che in alcuni stati meridionali (Spagna, Portogallo e Grecia)”.
E meno 3,4% è “il calo dei salari in Italia tra 2019 e 2022. Il nostro è uno dei paesi che ancora non sono tornati alla situazione pre-Covid: il quarto con il calo più pronunciato (insieme ai Paesi Bassi), dopo Repubblica Ceca (-7,2%), Grecia (-5,9%) e Spagna (-3,6%). Da 46.460 dollari nel 2019 siamo passati a meno di 45mila. La variazione maggiore si è verificata nel passaggio tra 2021 e 2022, quando il valore si è ridotto del 4,8%”.
Ci frega pure la Lettonia che invece è il Paese che cresce di più, il 6,8% (Lussemburgo +5,3%, Estonia +5,1%, Ungheria +4,9% e Lituania +4,4%).
E noi? Noi abbiamo i concertoni.