Senza saperlo, Torino ha una via dedicata a Agesilao Milano. Terrorista o patriota?

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di Roberto Gremmo – A metà Ottocento, la ‘strada dei briganti’ cominciava sotto il municipio di Torino ed era denominata “via d’Italia”.

Il nome si giustificava perché quel viale che attraversa il “Balon” si dirigeva verso la Lombardia, considerata allora una nazione ‘italiana’ e dunque diversa da quella Piemonteisa.

  Nel 1857, improvvisamente, il Comune le muto’ nome, facendola diventare “via Milano”.

Il brusco cambiamento suscitò molta sorpresa che si trasformò in sconcerto ed indignazione quando il quotidiano cattolico “Armonia” scopri’ che la mutazione toponomastica nascondeva un’occulta macchinazione massonica per rendere omaggio al soldato calabrese Agesilao Milano che l’8 dicembre 1856 a Napoli aveva cercato d’assassinare re Ferdinando II di Borbone nel corso d’una rassegna militare ma era stato bloccato all’ultimo momento e veniva impiccato dopo pochi giorni.

   La stessa “Gazzetta del Popolo” fortemente italianista, ammise a denti stretti che con quel nome si indicavano sia la capitale lombarda che il “terrorista”.

La Treccani così riporta:

“Nel 1860 G. Garibaldi, dittatore a Napoli, lo definì eroe e martire e assegnò una pensione alla madre e ai fratelli che dopo l’attentato erano stati duramente perseguitati. Tuttavia, il governo del Regno d’Italia non rispettò tale disposizione”. 

Malgrado le proteste dei cattolici come Solaro della Margherita l’ambigua denominazione non venne più sostituita dalla tradizionale “via d’Italia” né intitolata in modo meno equivoco e così la doppiezza marchiò ed ancora segna oggi il percorso da Turin alla Lumbardia, celebrando, senza saperlo, un accoltellatore risorgimentale. 

Un uomo che, secondo lo storico Giuseppe Campolieri sarebbe stato ben noto alla Polizia che l’avrebbe lasciato libero di agire perché aveva molti complici potenti nei vertici militari del Sud già doppiogiochisti.

Milano sarebbe stato concretamente aiutato nei suoi progetti criminali da Giambattista Falcone ed Antonio Nocito, riusciti a fuggire, uno per unirsi a Pisacane finendo ammazzato a colpi di zappa e piccone dai contadini arrabbiati e l’altro arruolandosi con Garibaldi nella sua impresa per poi fare una brillante carriera nell’esercito dell’Italia unita. 

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