Presidenzialismo, il contrappeso non è il decentramento ma il federalismo e la vera autonomia

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di Raffaele Piccoli – La presidente del consiglio, nella lunga conferenza stampa di fine anno ha illustrato il percorso delle riforme istituzionali, da affidare a una commissione bicamerale composta da 18 membri di entrambi i rami del parlamento, per compiere un lavoro di modifica della carta costituzionale presumibilmente della durata di 24 mesi.

I fratelli d’Italia da sempre sono portatori della bandiera del presidenzialismo, forse all’americana con elezione del Presidente in qualità di Capo dello Stato, oppure del Capo del Governo sempre a suffragio universale diretto. Al momento non è dato sapere su quale forma cadrà la scelta. In ogni caso, sia che venga eletto dal popolo il Presidente della Repubblica, sia che ci si limiti ad eleggere quello che viene definito il sindaco d’Italia, cioè il Capo del Governo, il ruolo del parlamento ne uscirebbe svilito e ridimensionato. Appare evidente che un Presidente della Repubblica, o un Presidente del Consiglio portatori di un suffragio popolare diretto avranno nei confronti del parlamento, un potere diverso e superiore rispetto a quanto non ne abbiano attualmente. Oggi siamo in presenza di una repubblica parlamentare, in cui le Camere rappresentano la centralità delle Istituzioni democratiche, e le due principali cariche dello Stato sono espressione del parlamento stesso.

Il sistema per funzionare, necessita di un complesso di pesi e contrappesi che ne garantiscano il perfetto equilibrio. L’attuale governo sta discutendo di far avanzare in sinergia il presidenzialismo all’italiana (?) con l’autonomia. Quello che sta emergendo sia dalla bozza Calderoli, sia dal dibattito che ormai da anni si sviluppa, e che viene definito come autonomia, altro non è che semplice decentramento.

La Carta Costituzionale infatti prevede per le Regioni una delega di poteri da parte dello Stato, non un’ assunzione di potere autonomo. Appare peraltro evidente che in qualsiasi ipotesi si dovesse concretizzare il percorso presidenzialista, il ridimensionamento del ruolo parlamentare dovrà essere compensato da un rafforzamento delle autonomie locali, ma non attraverso il suddetto decentramento, bensì tramite la creazione di una struttura federale opportunamente organizzata.

Questo è quanto avviene nella maggioranza dei Paesi autenticamente federali. La levata di scudi intransigente e interessata che sale da più parti, e che va dalla stampa agli opinionisti vari, sino a certe forze politiche anche di maggioranza, piuttosto che dai governatori delle regioni meridionali (timorosi di dover contare unicamente sulla forza economica dei loro territori, perdendo cosi le laute risorse loro destinate provenienti dai residui fiscali Padani) anche solo di fronte al timido decentramento che si vuole attuare, lascia immaginare cosa accadrebbe dinnanzi ad una reale riforma federale dello Stato Italiano.

Tutto questo lascia intravedere come la riforma presidenzialista pur concretizzandosi, in maniera più o meno artificiosa, lascerebbe una indispensabile riforma federale del tutto inattuata.

Il rischio è sostanzialmente quello di ritrovarsi unicamente con una Presidenza della Repubblica, o in alternativa con un esecutivo rafforzato per il bene della “ Nazione” e con il solo presumibile risultato di vedere rafforzato il potente centralismo romano con la conseguente burocrazia.

Un quadro diverso si avrebbe nell’ipotesi che a confrontarsi con lo Stato centrale fossero le Macroregioni a partire da quella Padana. E’ da ritenere che la riforma cosi come oggi viene pensata non sarà in grado di apportare benefici sia alle Regioni le cui popolazioni a suo tempo votarono in massa per maggiore autonomia, sia per le altre che questa autonomia l’hanno successivamente richiesta.

Raffaele Piccoli, Grande Nord Ferrara Raffaele Piccoli

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