La morte di Pallante. Quell’attentato a Togliatti. Ultima fiammata di una rivoluzione che, sotto sotto, non voleva nessuno

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di Roberto Gremmo – Solo in questi giorni si è saputo che Antonio Pallante, il famoso attentatore di Togliatti, è morto a Catania lo scorso 6 luglio, dopo essersi per tutta la vita sottratto ad ogni pubblicità. Rotta soltanto nel 2019 con un intervista rilasciata a Stefano Zurlo nel libro “Quattro colpi per Togliatti” edito da Baldini e Castoldi.

Come sempre, Pallante ribadiva che il suo folle gesto era nato dalla sua profonda avversione al totalitarismo comunista, impersonato dal “Migliore” Palmiro e che alle sue spalle non c’era stata in alcun modo una trama reazionaria o una struttura occulta.

Semmai, un apparato segreto armato fino ai denti lo possedeva il P.C.I. schierato sulla linea di Pietro Secchia che s’illudeva sulla possibilità di una “seconda ondata” rivoluzionaria.

Proprio dopo il gesto di Pallante, i ‘militaristi’ che scalpitavano nel PCI tenuti a freno da Togliatti, pensarono, sbagliando, fosse arrivato il “momento buono” e tirarono fuori le armi dai nascondigli partigiani, scatenarono le proteste di massa, in alcuni posti alzarono addirittura le barricate; ma furono costretti a fare in fretta marcia indietro perché, salvo loro, nessun’altra in Italia voleva nuovi conflitti, e per di più sul letto d’ospedale, con accanto la Jotti ma non la moglie Rita Montagnana, Il ferito Togliatti fermava i compagni più riottosi.

Peraltro, un avvenimento sportivo come la vittoria di Bartali ad una tappa del Tour de France bastò a riportare la calma e a far rientrare le proteste.

Alla Camera dei Deputati il clima era infuocato, Pajetta si esibiva negli usuali, teatrali eccessi verbali ed il ministro Scelba minacciava rappresaglie pesanti per i facinorosi irriducibili. Ad un tratto, chiese urgentemente la parola il deputato piemontese Matteo Tonengo, unico rappresentante del “Partito dei Contadini” eletto nelle liste della DC; un autentico uomo dei campi, che non aveva mai parlato in Parlamento. 

In un totale silenzio di curiosità ed apprensione, nel suo italiano dialettale, “Matejo” annunciò trionfalmente il successo ciclistico che riportava serenità ed orgoglio in un’Italia che chiedeva solo tranquillità e un po’ di benessere.

Così finì l’ultima fiammata d’una rivoluzione che, sotto sotto, non voleva nessuno.

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