La scuola, l’ultimo pensiero di Conte Re Nebuloso

/
Lettura 6 min

di Laura Aresi – Chi scrive non è esperta di molte arti al di fuori della tela di Penelope e dei fallimenti della vita, lavorativa e non, e delle relative ricostruzioni in stile Fenice: quindi per i detentori di uno scranno governativo, e di rimando nell’opinione pubblica manipolata ad arte, la presente penna è un’invisibile, una i cui spostamenti non avranno mai la patente dell’indispensabile e dell’inderogabile, a meno che non sia da poter aggiungere ai fantastici dati in curva libera verso gli ospedali, le camere mortuarie e i comunicati stampa più o meno – soprattutto meno – attendibili.

Per questo detta penna ha scelto di comparire sotto forma di pseudonimo, anzi per meglio dire con il proprio vero nome di battesimo e il cognome degli avi bergamaschi che vissero ai tempi della spagnola e ne morirono: ed essendo famiglia di imprenditori e ristoratori scelsero di ripartire quanto prima, senza curarsi di altro se non di lavorare alla costruzione del futuro della prole rimasta orfana a causa del morbo, e permettendo appunto a chi scrive di perpetrare la progenie e di vergare queste povere righe.

Ammette, questa penna, di possedere almeno un non proprio comune talento: quello di intercettare al volo la modalità comunicativa presente in un discorso, e questo per deformazione professionale ma anche per esperienze e medaglie maturate sul campo della quotidianità. Il discorso alla nazione di Conte di domenica 26 aprile, presentava chiaramente due aspetti nuovi rispetto allo stillicidio di collegamenti precedenti rivolti agli italiani: analizziamoli assieme.

Il primo si incarna in un tono suasorio paternalistico dispensato come ambrosia quando, in luogo di usare i soliti concetti astrusi e giri di parole infiniti per non dir nulla, da subito il premier si è sintonizzato su toni affettuosi e manieratamente empatici per consolare e lodare l’abnegazione dei suoi italiani, e che giustamente soffre quanto loro; e che siccome lui capisce e prova quel che provano questi suoi italiani, lui già prevede che detto popolo, dopo aver appreso e digerite le prossime future indicazioni governative da praticarsi dopo il 4 maggio (ossia il contenuto della fase b), scaglierà la sua rabbia contro il governo, le regioni, i sindaci, i parenti, i vicini, un indistinto ed incolpevole prossimo insomma: evidentemente, per chi ci capisce un poco di ars retorica e non solo – e lui nasce retore presso la Federico II (il cui premier, detto per inciso, non fece una gran bella fine) -, modalità narcisistiche di manipolazione della propria vittima, alla quale ovviamente si rapporta col tu dell’estrema confidenza comunicativa.

E poi c’è un secondo aspetto fondamentale che spicca in quella studiata nebulosa mezz’ora (escluse le domande dei colleghi) di sproloquio. Lui, che praticamente si immola per tutti gli italiani con la sua task force di esperti diffondendo il verbo della pseudoscienza come un Cristo risorto con il suo apostolato, Lui – da scriversi rigorosamente con la maiuscola – è il vertice del sistema e lo sottolinea pure con enfasi, sofferenza, rassegnazione e un’inaspettata prima persona esposta e sacrificata sull’altare come in una Messa laica e molto, molto mediatica.

Ora, a chi mastichi solo un poco di teoria della politica non sarà certo sfuggito come i temi della paura e della religione – quella della pseudoscienza, sostitutiva dei luoghi di culto fatti serrare non a caso – siano quelli cari al Machiavelli per insegnare l’arte della tirannia al suo Principe.

Una tirannia che trova altro e molto ben preparato fertilizzante nella già scarsa autostima di una bella fetta di italiani, incancreniti non solo nella privazione cronica del lavoro, quella che in tanti sopportano loro malgrado cercando dignitosamente di uscirne, ma anche e soprattutto malati di assistenzialismo. Ed è proprio a costoro, che con la clausura totale ci guadagnano in immagine perché vi trovano il pronto alibi al loro parassitismo abitudinario, mentre mai desidereranno la riapertura per non dover dimostrare al confronto dell’intraprendenza altrui di non valere niente, è proprio a costoro dicevamo che la benevolenza del Nostro si è rivolta in primis: ai beneficiari del reddito di cittadinanza, che solo vale a smascherare l’identificazione fra l’interlocutore e i suoi simili.

In altri tempi non eravamo ancora abbastanza pronti. Ora, al contrario, si spera che sia sufficiente una tazza di caffè bollente e padano – sì, anche noi ne maciniamo, e di ottimo – per risvegliare definitivamente le coscienze e affinare i neuroni alla ribellione. Civile, argomentata, con sostegno intellettuale oltre che delle famigerate braccia costrette da secoli a non far leva se non sulle proprie forze: ma pur sempre ribellione di genti padane operose, legate ai doveri verso una prole da mantenere, crescere ed educare, che nel latino della Vulgata significa immettere consapevoli per le vie del mondo – l’ultimo dei pensieri di questo governo persino quando si accenna, e solo perché tirati per la giacchetta, alla scuola – e avvezze all’esercizio costante della propria dignità nelle minime sue espressioni vitali, non a farsela calpestare da chi nei padani non si è mai identificato, in primis nel dolore.

Photo by ngelah

Servizio Precedente

VIDEO / Covid - La solidarietà di Milano che parte dall'Hotel dei Cavalieri. Il volontariato

Prossimo Servizio

Ossobuchi alla milanese

Ultime notizie su Cultura

Garibaldi e i predatori del Regno del Sud

di Roberto Gremmo – I contadini di Bronte credevano ingenuamente che Garibaldi…