La Rivista Etnie e il nostro servizio su Le Due Padanie

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La prestigiosa rivista culturale Etnie diretta da Roberto Sonaglia, in un servizio a firma dello stesso direttore, rilancia e commenta l’articolo da noi pubblicato a firma di Cuore Verde. Ecco quanto viene proposta come analisi dopo la lettura: (https://www.rivistaetnie.com/due-padanie-135156/)

Le considerazioni di Cuore Verde riprendono un problema antico del padanismo, anche se forse non il più critico, riproponendolo in un momento storico in cui questo movimento dovrebbe rinascere dalle ceneri leghiste, possibilmente senza commettere gli errori del passato.
Con il termine padanismo – lo diciamo per le nuove generazioni – non si intende semplicemente l’autodeterminazione del “nord”, ma un progetto di maggior respiro che riesca a far convivere, da una parte le specificità etniche delle regioni/nazioni attorno al Po, dall’altra la formazione di un’entità statuale ricca e potente a livello internazionale.


Da tempo l’autonomismo “minore” – quello, diciamo così, orfano di lighe e leghe degli anni ’80- ’90 – si muove in modo abbastanza autoreferenziale, con una ristrettezza di vedute adatta a convegni di storici o linguisti, non certo alla cittadinanza che dovrebbe sostenerlo. Troviamo movimenti a favore della Sabaudia (Piemonte più Savoia e Nizza come ai bei tempi) che sembrano aver sostituito il nobile piemontesismo classico.

Gruppi per l’autodeterminazione dell’Insubria, che comprendono mezza Lombardia e il Canton Ticino (ma non Cremona o Mantova), una raffinatezza filologica che temiamo non stia superando i confini di qualche circolo culturale. Solito nulla in Liguria ed Emilia-Romagna a confronto con l’altrettanto consueta sovrabbondanza di sigle venete, che ormai non ricordano più nemmeno gli esperti di etno-autonomismo. Del friulanismo, infine, ci resta un caro ricordo.


Il padanismo invece serviva proprio a mettere insieme comunità, ciascuna con forti tratti propri ma altrettanti in comune con le altre. Un’organizzazione più allargata che potremmo considerare superflua solamente all’interno di un’Europa dei Popoli talmente federalizzata su base etnica da superare anche le nostre più rosee aspirazioni; un’Europa federale in cui non esistesse più (giustamente) una Francia unita, per esempio, o dove (meno giustamente) un’unica Germania smettesse di comparire sulle carte geografiche. Chiaro che entità così piccole oggi verrebbero stritolate, soprattutto in tempi di un globalismo scatenato nel divorare Stati sovrani.


Detto ciò, se è vero che l’autonomismo come lo intendiamo noi è su base etnoculturale e non di comodo (nel qual caso andrebbero bene anche le fesserie protoleghiste, stile Padania allargata a Marche e Umbria “perché anche loro lavorano”), se contano criteri in qualche modo antropologici, allora è fondamentale che una grande entità amministrativa poggi su basi non tanto federaliste quanto addirittura confederaliste. E mi spiego.


Quando assistevamo ai primi vagiti del padanismo alla fine degli anni settanta (attenzione, non del concetto di Padania, che è precedente), noi di Etnie utilizzavamo il termine “celto-padane” per intendere sia le lingue delle quattro regioni Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia-Romagna (in contrapposizione all’accademico “gallo-italiche”), sia le genti di quei luoghi, discendenti in buona parte dalle facies celtiche di Hallstat e La Tène. Più tardi toccò a Gilberto Oneto – il più illustre padanista di tutti i tempi, a mio avviso – il compito di teorizzare scientificamente, linguisticamente e storicamente quella che il coglione italico medio definiva e definisce “l’inesistente Padania”.


Purtroppo, e qui veniamo al punto, il desiderio di lottare per una nuova nazione staccata dall’Italia in cui esistesse finalmente un’omogeneità etnica, indusse alcuni – non solo leghisti – a dimenticare che tutti questi galli in Veneto e nel nord-est non c’erano proprio. E che le legnate che si davano i Bossi e i Rocchetta non nascevano da un campanilismo tra Milano e Venezia, ma tra un blocco celto-padano da una parte e le Venezie dall’altra. I decennali malumori dei veneti sono giustificati, perché sia la Lega Nord nella sua ignoranza, sia il padanismo etnico nella sua scienza, hanno sempre cercato di – passatemi il termine – “celtizzarli”.


Non posso dimenticare che da circoli di etnismo peraltro illustri sortivano complicate analisi protostoriche o addirittura genetiche per dimostrare che atestini e venéti erano gaelici. Per non parlare dei tentativi di creare una lingua “padanese” da utilizzare nella futura patria. Negli ultimi anni abbiamo pubblicato una valanga di articoli per avversare l’occitanismo stolto che vorrebbe uniformare la Francia meridionale dall’Atlantico alle Alpi, spingendosi nelle valli cuneesi per sostituire alla cultura locale simboli, politiche, musiche e persino la lingua (un “occitano” normalizzato che fa il paio con il padanese), e dovremmo essere così ingenui da compiere un’analoga snaturalizzazione a casa nostra?


Ecco perché, come minimo, la parte “gallica” dovrebbe mantenere una suddivisione federale estremamente rigida, nello stile degli Stati americani. Ma, come si diceva, il Veneto e la Venezia Giulia, e lo stesso Friuli, sono una cosa diversa e non sarebbe logico inserirli nel gruppo in modo equidistante. Ecco dunque il possibile ricorso alla giunzione dei due gruppi in una (per esempio) “Confederazione padano-veneta”. Magari con due capitali e leggi anche diverse, ma con un unico esercito e una politica estera comuni. Ovvero, le Due Padanie.  

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