Caro Zaia, la Padania produttiva e libera nasce nell’autonomia dei Comuni. Nel Medioevo, non nel Rinascimento

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di Stefania Piazzo – Ha perfettamente ragione Luca Zaia ad affermare che è necessaria l’autonomia e che non c’è nulla di eversivo nel chiederla. Lo prevede la Costituzione. Tuttavia pur cogliendo il senso del discorso, il governatore veneto si appella al Rinascimento come punto di svolta di una ripresa e di una fioritura culturale e amministrativa del Paese. Chi è contro l’autonomia è medievale. Siamo sicuri?

Perché il medioevo così tanto buio e avaro di progressi non lo è stato, se parliamo di autonomia e di libera circolazione delle risorse, delle energie, e di una nuova economia che ha dato vita all’Europa.

C’è un “filo rosso” che lega la storia medievale al nostro presente e all’economia del Nord.
Le radici autentiche dell’economia moderna (fino alla nascita embrionale del capitalismo) affondano in quell’epoca, in quel pieno Medioevo tanto disprezzato dalla cultura giacobina.

Le ricerche più raffinate e approfondite hanno appunto consentito di cogliere l’inizio del nostro tempo nella “economia del monastero”. È provato che solo intorno alle grandi abbazie (soprattutto benedettine e cistercensi, ma non solo) si davano le condizioni necessarie per la nascita del capitalismo e cioè la sicurezza (erano rifugio sicuro per le popolazioni davanti alle scorrerie di eserciti e di predoni) e insieme la possibilità di accumulo (perché solo l’abbazia aveva le risorse logistiche per immagazzinare prodotti e distribuirli).

È da queste due basi che comincia lo scambio, il trasporto, il commercio e la spinta a produrre beni a fini non unicamente di sussistenza. E la struttura economica del monastero si troverà, anche per forza naturale delle cose, a incontrarsi con un altro fenomeno, peraltro geograficamente circoscritto all’area padana. E cioè l’economia dei Liberi Comuni, ovvero le città sorte per dare protezione e sviluppo all’inventiva artigiana e produttiva degli uomini e delle famiglie in fuga dalla servitù della gleba. Contro il potere dei feudatari e a tutela delle libertà umane del lavoro, della produzione, dell’intrapresa e del commercio si crea l’incontro fecondo tra monastero e liberi comuni.

E Pontida ne è non solo il sigillo pratico, ma un passaggio simbolico destinato a durare. Perché difende, a costo di prendere le armi, una scelta di modernità e di futuro, arrivando se necessario a combattere il massimo potere esistente (e cioè l’Impero), non per distruggerlo, ma per affermare la legittimità di uno “stile di vita”, di un gusto del lavoro in libertà, di un sacrosanto orgoglio di autogoverno.

Questi valori non sono morti nel lungo volgere dei secoli: ma si sono invece sedimentati nelle generazioni, coltivati con amore e talvolta con testardaggine anche sotto le dominazioni straniere e sotto la cappa di culture massificanti e oppressive. Riemergendo con una vitalità sempre rinnovata e trovando ogni volta una sintesi nuova tra la forza spirituale e la creatività del lavoro e dell’intrapresa.

Non è senza ragione che (al G8 di Detroit, ottobre 1995) persino un presidente degli Stati Uniti come Bill Clinton ci tenesse ad additare la “Padania produttiva” come modello fecondo di sviluppo libero e responsabile per la crescita dell’intero pianeta… E tutto cominciò da Pontida…. Tanto per dire…

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