Perché nessun governo ha fermato (o fermerà) l’immigrazione clandestina

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di Luigi Basso – Qualche giorno fa alcuni giornali hanno pubblicato alcuni dati recentissimi sull’immigrazione clandestina.
Negli ultimi quindici giorni non si sono verificati sbarchi da navi utilizzate da ONG, ma il ritmo degli arrivi è stato ugualmente molto sostenuto: circa quindicimila (15.000), mille al giorno.


Con questo ritmo, tenuto conto che in primavera / estate i flussi sono più sostenuti, si potrebbe arrivare all’approdo in Italia, tra un anno, di circa mezzo milione di nuovi immigrati, nonostante le roboanti dichiarazioni della Premier Meloni e di quei suoi Ministri che dovrebbero essere in prima linea ad affrontare il dossier sbarchi.


Il paradosso ha destato interesse e stupore, poiché è sembrato che la polemica sulle ONG fosse il classico polverone.


Guardando a quello che è successo in Italia negli ultimi trenta anni (1992 – 2022), in realtà la cosa veramente sorprendente è che qualcuno si stupisca di quanto accade.
Infatti, negli ultimi decenni, Centrodestra e Centrosinistra si sono alternati in modo sostanzialmente equo al Governo della Repubblica, eppure il fenomeno immigratorio è proseguito nella sua dinamica essenziale e, per esempio, le tanto annunciate espulsioni non si sono mai viste.


A seconda dei Governi sono cambiati i toni e le narrazioni, questo è vero, ma l’immigrazione non si è mai fermata.
Il motivo è evidente.


Il sistema economico italiano – salvo qualche rara eccezione che non fa testo – è strutturalmente basato su forme di impresa industriale, commerciale, artigianale e agricola a bassissimo contenuto tecnologico e con una scarsa propensione all’investimento su innovazione, formazione e ricerca.
Un sistema così ritardato poteva cercare di reggere la concorrenza solo riducendo la spesa per i salari.


Ed è ciò che è accaduto, a cominciare dall’eliminazione della scala mobile, applaudita pure a furor di popolo: quale miglior illustrazione del detto “tagliare il ramo su cui si sta seduti”?
La deflazione salariale si è così ottenuta attraverso lo strumento della flessibilità contrattuale (cioè la precarietà) ed attraverso la creazione di un Esercito di manodopera di Riserva a bassissimo costo costituito da centinaia di migliaia di giovani e robusti immigrati.


Infatti, per ridurre il costo del lavoro, è sufficiente che gli immigrati siano semplicemente presenti sul territorio dello Stato, non che lavorino tutti: anzi, la loro piena occupazione non deve essere mai raggiunta.
La partecipazione al lavoro solo di una parte degli immigrati è decisiva e serve a far capire al lavoratore italiano che, se non accetta condizioni contrattuali infami ed economicamente degradanti, platealmente in contrasto con l’art. 36 della Costituzione, può essere sostituito in poche settimane da persone che non faranno fatica ad accettare quel salario e quei contratti.


Ecco perché l’immigrazione non viene arrestata: perché serve sempre alimentare quell’Esercito di Riserva e, più immigrati entrano nel ciclo produttivo, più immigrati devono sbarcare.
D’altra parte, formare ed addestrare un disoccupato a svolgere lavori a scarso contenuto tecnico, richiede pochissimo tempo.
La scarsa propensione all’innovazione tecnologica unita alla deflazione salariale garantisce all’impresa di mantenere margini di profitto, ma a quale costo ?


La risposta non è difficile: un sistema economico arretrato, con lavoratori sottopagati e con un cospicuo Esercito di disoccupati di Riserva, è diretto verso la terzomondizzazione della società.
I Governi dei temporali, che lanciano fulmini e saette, fanno solo propaganda a buon mercato, ma sanno che la realtà, prima o poi, busserà alla porta.
Per questo motivo approntano misure autoritarie e organizzano il controllo spietato sulla società.

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