I tre sconfitti delle elezioni: Draghi in silenzio batte il sovranismo, il nazionalismo, il populismo

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di Giovanni Cominelli – Nell’interpretazione dei dati elettorali si vedono sempre cose diverse: chi vede il dito, chi la luna.
Il dito è facile vedersi. Fuor di metafora, i vincitori e i vinti sono immediatamente identificabili.  Naturalmente, il numero di chi si proclama non-vinto è sempre di gran lunga superiore al numero degli sconfitti. Ma questa sindrome appartiene alla propaganda, che è la continuazione della politica con altri mezzi.
Quanto alla luna, cioè agli scenari futuri, qui le cose sono più complicate, anche perché della luna si vede solo la faccia luminosa.
Incominciamo dal dito.  I tre sconfitti sono visibilissimi: il sovranismo, il nazionalismo, il populismo. Sconfitti, non perché la campagna delle amministrative abbia trattato esplicitamente i temi tipici degli -ismi suddetti, ma perché questa volta i cittadini/elettori hanno avuto a disposizione, per vagliare i candidati, un criterio di giudizio concreto e visibile quotidianamente: lo stile del governo Draghi. Draghi si è tenuto alla larga dall’arena elettorale. Tuttavia, la sua presenza è stata quella silenziosa, ma pesante del “convitato di pietra”, il fantasma nascosto in una statua sepolcrale marmorea, immaginato da Tirso de Molina in una commedia spagnola del 1630. 


L’esperienza del governo Draghi ha modellato e filtrato la domanda politica dei cittadini rivolta ai candidati sindaci e ai candidati consiglieri: basta con la propaganda, diteci esattamente che cosa volete fare, entro quando! Questo atteggiamento degli elettori ha generato la sconfitta del centro-destra, forza più di propaganda che di governo. Alla quale non hanno più dato fiducia innanzitutto gli elettori pigramente attesi a destra. Che si sono astenuti. Gli elettori “di centro” della destra non si sono riconosciuti nei candidati della destra, civici o no, perché semplicemente li hanno giudicati “unfit”, incapaci di governare. Anni di propaganda gridata su immigrati, droga, italianità, Europa matrigna, no-green pass… brandendo rosari e crocifissi, in nome della difesa dell’identità cristiana, sono andati a schiantarsi contro la richiesta elementare di soluzione quotidiana dei problemi storici del Paese e delle sue principali città. Che la politica non sia più governo, ma eterna propaganda elettorale, aggressione social-mediatica agli avversari, trasformati in nemici da abbattere, tutto ciò ha cominciato a stufare. Questo è l’effetto-Draghi sulla politica italiana. Lui non ha proferito parola, ma il suo stile di governo ha funzionato da criterio per scegliere chiunque debba governare, a qualsiasi livello.


Quanto al populismo a Cinquestelle, è tornato là donde è venuto: al Sud, a Napoli in particolare, città da sempre in attesa di assistenza statale. Al Nord è quasi scomparso. Né poteva essere assorbito dalla Lega, partecipe del Governo Draghi. In ciò si evidenzia il fallimento del disegno di Salvini di una Lega nazionale, che aveva presieduto al governo giallo-verde del 2018, che saldasse il Nord produttivo e il Sud assistenzialista. Non sono conciliabili. E’ semmai Fratelli d’Italia il partito  più vicino all’elettorato grillino e viceversa. Alla fine, la battaglia che si combatte nel Paese, all’epoca del PNRR, è sempre la stessa: tra volontà autopropulsiva di sviluppo economico e sociale e di riforme e l’assistenzialismo statale. 
La partita dei ballottaggi sarà, certamente, diversa: non il secondo tempo di una stessa partita, ma un’altra, nuova. Tuttavia, la domanda degli elettori, tanto a Torino, quanto a Roma, resta sempre la stessa: chi è capace di governarci? La politica che gli elettori si aspettano non è quella di chi insegue ogni pulsione, ogni grido, ogni interesse: servono leader che stiano davanti agli elettori, non personaggi che stanno alla coda di ogni pulsione corporativa.

La vista della luna presenta un paio di problemi, tali per cui è difficile per i vincitori di oggi ipotecare la vittoria di domani alle elezioni politiche nazionali.
Il primo problema è quello dell’astensionismo, in crescita, salvo qualche eccezione. Nasce, come si è detto sopra, principalmente dall’area tradizionalmente di centro-destra. Ma non riguarda soltanto quel tipo di elettorato. Sta diventando una questione di tenuta del sistema politico democratico. Se in questa elezione amministrativa, nella quale il sistema elettorale riconosce ai cittadini il potere di scegliere direttamente chi li governa, l’elettorato arriva al 7% in meno rispetto a 5 anni fa – attestandosi attorno al 54% – che cosa potrà avvenire in occasione delle elezioni politiche nazionali, per le quali il Rosatellum vigente consente ai partiti di rinviare al dopo-elezioni la scelta del governo? Nelle due elezioni suppletive per la Camera dei deputati, vinte da Enrico Letta a Siena-Arezzo e da Andrea Casu a Roma Primavalle, hanno votato rispettivamente il 35,59% e il 44,62%. La domanda di “democrazia diretta” non è venuta meno, nonostante il fallimento della inverosimile risposta grillina. Gli elettori vogliono scegliere il governo: questo è il voto utile. Sennò sempre di più sceglieranno di votare “with the feet”, cioè di disertare le urne.


Il secondo problema è quella delle fratture socio-antropologiche dell’elettorato, che anche queste elezioni amministrative hanno confermato. Nelle città: tra centro e periferie, tra periferie dotate di servizi e periferie-dormitorio; nelle province: tra capoluogo e piccoli paesi, tra città e campagne; nelle regioni: tra aree servite da ospedali e medici di base e aree deserte di medicina territoriale, tra pianure e zone montane, tra territori percorsi da strade di comunicazione e territori interni, tra aree connesse alle reti informatiche e aree che ne sono sprovviste; nelle generazioni: tra i digitali e i pre-digitali; nelle classi sociali: tra chi considera la globalizzazione una promessa e chi una minaccia…
La destra si è fatta interprete delle paure della globalizzazione e ha puntato sulla comunità-corporazione e sullo Stato-nazione che protegge e difende dalle minacce del mondo. Non perciò la paura è di destra. E neppure la globalizzazione è di destra. E la sinistra, allora? Poiché il nazionalismo/sovranismo di destra è una risposta al declino socio-economico e poiché il populismo nasce dalla frustrazione della partecipazione democratica alle scelte che contano, allora la sinistra dovrebbe decidersi a prendere atto che la sola autentica protezione sono le politiche di sviluppo e di riforma degli istituti democratici. 

Per gentile concessione dell’autore da santalessandro.org

Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli laureato in filosofia con Enzo Paci. Consigliere comunale a Milano nel 1980 per il Pdup, consigliere regionale dal 1981 al 1990 per il Pci. Dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Cdo dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Collabora a Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative sul Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009)

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