La Lega, tra autonomia “stagionata” e presidenzialismo “grand reserve”. Ma oggi servono “aree forti”

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di Cuore Verde – Dopo lo scoppio della bolla governativa, nelle sagre estive della propaganda elettorale, ci vengono serviti dal centro-destra piatti di autonomia padana “stagionata” cinque anni accompagnata da presidenzialismo tricolore “grand reserve”. Sapori forti, contrastanti, difficile da abbinare. Una larga maggioranza governativa, almeno in teoria, potrebbe comunque creare, con una riforma costituzionale coerente e armoniosa, questo inconsueto “mix” tra presidenzialismo e maggiore autonomia territoriale. Si potrebbe trarre ispirazione dalla ricetta del presidenzialismo e federalismo statunitensi: le regioni diventerebbero veri e propri stati autonomi federati tra loro con un presidente e un parlamento eletto da tutti i cittadini della “unione federale”.

Credo che il maggiore fraintendimento nel dibattito politico sul “decentramento”, tuttavia, sia ancora quello di considerare immutabili le regioni previste dalla Costituzione, in sostanza, con qualche aggiunta successiva, i compartimenti e le regioni “inventate” da Pietro Maestri (1864) e Alfeo Pozzi (1870) per mere ragioni statistiche. Bisognerebbe invece valutare l’opportunità di realizzare delle regioni nuove, delle regioni diverse, più grandi e più forti rispetto alle attuali regioni amministrative previste dalla Costituzione che vediamo disegnate sulla carta geografica. Realizzare delle “aree forti”, con una grossa capacità di concentrare risorse e di programmare il proprio sviluppo su dimensioni continentali.

In questo senso, anche i fondi del PNRR dovrebbero essere “decentrati” a favore di queste “aree forti”. Peraltro, l’art. 132 della Costituzione prevede che con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, si possa disporre la fusione di regioni esistenti o la creazione di nuove regioni con un minimo di un milione d’abitanti. Attualmente occorre che la richiesta sia fatta da tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate e che la proposta debba essere approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse.

Ecco quindi la conseguente necessità di rivalutare i noti progetti macro-regionali: la super-regione della Padania di Guido Fanti (1975), gli accorpamenti regionali proposti dalla Fondazione Agnelli nel 1992, le tre Repubbliche di Gianfranco Miglio. Ricordiamo poi la pubblicazione “La Padania, una regione italiana in Europa”a cura della stessa Fondazione Agnelli.

Per far digerire questo piatto forte in salsa padana anche ai fratelli tricolore, ricordiamo che le premessa originaria, come al solito, non rispettata, della cosiddetta “2^ guerra di indipendenza”, era la creazione di una Confederazione di stati italiani (Regno dell’Alta Italia, Regno dell’Italia Centrale, Stato Pontificio, Regno delle Due Sicilie) come previsto dal Trattato di Plombieres (1858).

Tutto questo non per abbellire programmi di governo con parole come autonomia e decentramento variamente declinato, ma per superare l’eccessiva frammentazione di aree che invece sono omogenee per riferimenti storici, sociali e culturali e per interessi economici.

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