Quelli che non vogliono morire leghisti-salviniani. Al Nord serve lo stile di Adriano Olivetti

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di STEFANIA PIAZZO – Un tempo si sentiva dire: non voglio morire democristiano. Oggi si sente l’eco di un altro modo di dire: non voglio morire “salviniano”. C’è chi non vuole morire da postleghisti, nella lega denordizzata.

Letizia Moratti oggi offre spazio a chi pensa di poter proseguire a governare il Nord, se non ora, domani, arrivando da quell’esperienza che partì con Umberto Bossi a metà anni ’80.

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C’è un libricino dalla copertina gialla che Giuseppe Turani mi regalò mangiando insieme alla pizzeria Santa Lucia in Galleria, a Milano, dopo una mia irriverente intervista che gli feci su altro suo libro ancora, “Scappiamo in Europa”. Il libretto giallo era “Il sogno del Grande Nord”. Già allora si cercava di interpretare il futuro di questa terra, profeticamente, già senza Bossi e Berlusconi. Ed era “appena” il 1996. L’idea della secessione aveva cortocircuitato la politica, il Cav aveva preso un’altra strada, i due si erano di fatto separati in casa e tutti i sogni di rivoluzione dopo Mani Pulite erano finiti miseramente.

La sintesi di Turani era questa: “Tutti i disegni, o i sogni, elaborati dal capitalismo italiano durante gli anni Ottanta si sono dissolti. I poteri forti sono diventati poteri discussi, e i protagonisti di quella stagione ruggente sono ancora sulla scena, ma agiscono senza più avere obiettivi di rilievo strategico. Intanto lassù, nella frontiera del Nordest, è esploso un miracolo anarchico. E allora, che cos’è oggi il Nord? E’ un’economia alla disperata ricerca di qualcuno che la rappresenti politicamente. Sembrava avere trovato i suoi referenti in Bossi e in Berlusconi…. Fine delle speranze? Forse il destino del Nord è in un nuovo capitalismo”.

Da sottolineare e rileggere: “Un’economia alla disperata ricerca di qualcuno che la rappresenti politicamente”. Vent’anni fa come oggi.

Lo snodo è sempre lo stesso, acutamente infiammato da decenni di nulla di fatto. E da una economia che cambia e non ha riferimenti politici.

Eppure basta porsi una domanda: chi parlò per primo di questione settentrionale? Non la Lega. Questa formula circolava nell’ambiente milanese negli anni ’50 attorno ad Adriano Olivetti. Lo spiegò bene lo storico Luciano Carfagna in un capitolo di un altro libro, “La questione settentrionale”, edito nel 2007 dalla Fondazione Feltrinelli e a cura di Giuseppe Berta, docente di Storia contemporanea alla Bocconi. Lo stesso che, nel 2015, riprovò a interpretare i mali del Nord nel suo “La via del Nord”, recensito, guarda casa, da Peppino Turani.

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Si legge (da Il quotidiano nazionale del 12 aprile 2015):  “Nel libro di oggi, “La via del Nord”, Berta non crede più nemmeno a una delle illusioni che per anni hanno alimentato il mito del Nord e della Padania. Si è perso tutto per strada: la via del Nord si è smarrita. E quel territorio non ha più niente da indicare al resto del paese (…).  Ma il Nord, questo Nord orgoglioso, capace e intelligente, non ha nemmeno saputo difendere il proprio territorio, che ormai viene devastato a ogni pioggia appena un po’ insistente. Della “buona amministrazione” pubblica non si ha più notizia. Ma, soprattutto, in questo Nord non ci sono più idee e progetti. Si tira a campare. Nel Nord di una volta si aggiravano personaggi come Adriano Olivetti e altri capaci di inventare il futuro e di costruire una nuova società. Laboriosa, certo, ma anche abbastanza giusta. Oggi, invece, il Nord è un insieme di attività senza una direzione, senza un disegno. Certo, l’ultima crisi lo ha colpito duramente. Ma i segni del declino, scrive Berta, erano già tutti presenti, bastava vederli. E, a tratti, sembra dispiaciuto di aver scritto  dieci anni fa il primo libro sul Nord, assai più positivo. Grande esempio di onestà intellettuale. Ma, purtroppo, si deve convenire che il Nord di oggi è quello che lui descrive: è come il resto del paese e come quest’ultimo non sa come fare per uscire dalla crisi e per ritrovare un futuro”.

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Il Nord è lo specchio di chi, oggi? La classe politica si è italianizzata, meridionalizzata, la Brianza è diventata terra in cui la politica si è inquinata con le cosche. Perse le difese immunitarie, tutto sembra essere fagocitato dalla rassegnazione, dal malgoverno, dalla corruzione politica, dal baratto elettorale, da una società che non è più neanche “abbastanza giusta”. Meno Nord più Sud più voti.

Oggi occorre costruire le alleanze, smettere di avvelenare di risentimento il presente, studiare per fare politica, allacciare le relazioni con i piccoli e grandi eredi di Olivetti sul territorio a cui stanno stretti i binari populisti che stanno sgretolando l’idea di Europa in cui, guarda caso, proprio gli indipendentisti vogliono restare. Vedi la Scozia, vedi i catalani. E i padani, post leghisti di Grande Nord che ora stanno con Letizia Moratti e altri che arrivano dall’eredità post bossiana. Lo spazio c’è, ma dopo gli slogan,  nella fatica della politica occorre tornare alla competenza. Meno social, meno promesse, più conoscenza.

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