Quando Salvini scriveva “Oggi sono un cittadino di Catalogna”

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di Stefania Piazzo – Divisi ma vittoriosi. I catalani indipendentisti, pur con tutti i loro distinguo e le fratture tra le anime che vogliono voltare le spalle a Madrid, hanno ottenuto la maggioranza assoluta. Non entriamo nei dettagli e nelle particolarità del voto di domenica 14 febbraio, per le elezioni della Generalitat, ma veniamo subito al sodo. E’ possibile trasportare l’esperienza catalana in Italia, o meglio, nel Nord, in Padania?

Era stato il sogno di Umberto Bossi quello di costruire un asse del Nord vincente. Così forte da avere la voce grossa al tavolo con Roma. Il centrodestra aveva di fatto tutto il settentrione gestito da propri governatori. Roberto Cota in Piemonte, Luca Zaia in Veneto, la Lombardia sarebbe arrivata un po’ dopo con Roberto Maroni. Ma sempre centrodestra era, in una alleanza vincente che però in tutti questi anni non ha capitalizzato il proprio peso specifico nelle trattative con Roma, puntando i piedi, minacciando azioni forti legate al fisco, alla finanza derivata, ai soldi in cassa, in altre parole.

Nulla di tutto ciò. Tranne certo il referendum del 2017, che però dopo 4 anni è già andato in pensione anticipata. A nulla erano valse le “minacce” dei presidenti interessati, “facciamo cadere il governo”, “prenderemo iniziative sull’autonomia”…. buone solo a tenere a bagnomaria la questione ma non certo ad affrontarla.

Si può dare la colpa anche alla pandemia, ma non si è così distratti dal dimenticare che la politica del Nord ha preso altre strade. E che ci sarebbero, volendo, tutti i numeri costituzionali per chiedere aggregazioni macroregionali. In fin dei conti, il centrodestra stragoverna le regioni del Paese, è in maggioranza. Ma c’è ancora la volontà di strutturare in chiave federale il Paese? Calma piatta, politica non pervenuta.

Ricordiamo cosa dice l’articolo 132 della Costituzione.

Si può con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione di abitanti, quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse (1).

Si può, con l’approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante (2) referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Province e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra.

Dopo il successo del fronte indipendentista catalano (non dimentichiamoci che loro, a differenza nostra, sono andati a votare, ndr) ci si poteva aspettare magari qualche sussulto emotivo, di pancia, del mondo leghista. Eppure ad oggi, nella mattina dei risultati chiari ed evidenti, nessuno ha proferito parola.

Eppure… una volta esistevano i fratelli catalani. Certo, ma è acqua passata.

Il 4 ottobre 2017 il leader della Lega affermava:

“Il voto catalano è stato una forzatura“, aveva detto Salvini in un’intervista a La Stampa.

Un tono tutt’altro che conciliante e a favore di Barcellona come qualche anno prima, in una straordinaria e popolare Diada.

Oggi siamo tutti qualcosa d’altro. Il vento ha disperso la forza delle idee. O trasformato la strategia in diplomazia, spostando il fronte nemico da Madrid a Bruxelles. Esemplari le dichiarazioni nel 2019, dopo l’attacco della magistratura spagnola, del governatore Luca Zaia ad Affaritaliani.it: “Che Europa è un’Europa che processa le idee e fa condanne semplicemente per un referendum per il popolo? E’ la stessa Europa che accetta che per reati gravi come gli omicidi le pene siano molto inferiori”. Quindi il problema non è Madrid ma Bruxelles? “L’Europa dov’è su questa partita qui? Che Europa è? Che democrazia è?”.

Catalani sì, insomma, ma a distanza.

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