Pci, Dc e Cgil. La fallimentare bandiera del meridionalismo. Nord e Centro decidano che fare

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di Sergio Bianchini – Sfruttando il conflitto tra nord e centro Italia che nel loro scontro permanente se lo contendevano come truppa di rinforzo, il sud è arrivato alla conquista di tutto il potere politico e culturale in Italia. Ed ora, proprio al centro del palcoscenico mostra a tutti la sua inettitudine.

Nell’immediato dopoguerra e fino agli anni ‘70 del 900 il sud sostenne la DC contro il PCI che ancora si muoveva sulla linea dell’anticapitalismo proletario radicato nelle aree industrializzate.

Il PCI era centrato principalmente sulla lotta operaia nel nord ma già dopo il fatidico ’68 si rese conto di non avere la possibilità di conquistare il nord dove non riusciva a superare il 25% dei consensi. E quindi proprio nell’autunno caldo (’69) fece firmare alla CGIL l’accordo con la grande industria abbandonando la piccola e media industria. Piccola e media industria lasciate in mano al fisco sempre più rapace e al contenzioso giudiziario in cui i pretori d’assalto cominciarono a demolire” il sciur brambilla e la sua fabbrichetta”.

Le grandi aziende iniziarono a fare le trattenute sindacali per conto del sindacato a cui passano il “raccolto”. Sindacato che prima raccoglieva adesioni e fondi tramite infaticabili militanti animati da una fede messianica.

Il PCI, con la CGIL, si buttò negli anni ‘70 sull’assistenzialismo al sud con la copertura ideologica dell’antico meridionalismo gramsciano ( dimenticando però il ruolo guida degli operai) ottenendo rapidi successi, come i sindaci di Napoli (Valenzi) e poi di Roma( Argan) nel ‘76. La CGIL, abbandonato l’antagonismo proletario, iniziò a cercare ed acquisire incidenza nel personale statale al quale garantì una totale copertura diventando dal nulla in pochi anni il più forte rappresentante.

Dopo la perdita del controllo sul personale Fiat, subita da Berlinguer nel 1980 con la famosa marcia dei 40.000, l’abbandono del nord proletario fu totale.

Questo neo meridionalismo del PCI lo portò perfino a trascurare l’Italia Centrale dove aveva dal ‘45 il massimo dei consensi arrivando vicinissimo in Emilia Toscana Umbria e Marche al 50% dei voti quando votava circa il 90% della popolazione.

Guido Fanti, primo presidente comunista della regione Emilia Romagna eletto nel ’75 lanciò l’idea di una maggiore integrazione tra le regioni padane. A lui si deve la proposta di “Lega del Po” del 1975, un coordinamento tra le regioni del nord attraversate dal Po o limitrofe (Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto ed Emilia-Romagna) per avere più potere contrattuale sia verso il governo centrale che nella prospettiva di molteplici aree omogenee dentro un’Europa unita. Per nulla sostenuto dal suo PCI si dimise meno di un anno dopo.

Fautore ormai dell’assistenzialismo meridionalista e del carico fiscale illimitato per il nord il PCI assorbì senza traumi la caduta dell’URSS da cui si era già staccato ideologicamente senza però una revisione storica e filosofica profonda.

Nel 2000, con Zaccagnini, la DC, scavalcata nel suo meridionalismo dal PCI, si sciolse.

La DC aveva composto pur tra mille contraddizioni sia l’interesse del nord che quello del meridione che era stato la sua riserva di voti ma non aveva mai osato raggiungere in pienezza esplicita l’idea che il nord dovesse sacrificarsi totalmente per garantire, per vie fiscali e statali, un egualitarismo nel tenore di vita di tutto il paese.

Aveva cercato di lanciare lo sviluppo industriale al sud senza però riuscirci.

L’egualitarismo martellante attuato per vie moralistiche, statali e fiscali è stato raggiunto proprio dal PD (ex comunisti ed ex democristiani uniti) e dalla nuova chiesa cattolica che uniti sono ormai la spina dorsale del paese in fallimento.

La reazione alla situazione disastrosa si delineò progressivamente con le crescenti fratture nel paese, Lega Nord e Berlusconi negli anni ‘90 e Renzi. Renzi partendo dalla Toscana nel 2010 lanciò la lotta contro la linea del PD ormai totalmente assorbito nell’auto celebrazione cattocomunista e nell’assistenzialismo fiscale dimentico della realtà del sistema economico centrato sul nord.

La situazione più disastrosa ed evidente generata dal meridionalismo vincitore è, oltre al crollo economico, la totale distruzione del sistema scolastico, finalizzato esclusivamente a creare stipendi (circa 800 mila) per il ceto medio meridionale tramite i concorsi e le graduatorie nazionali e i trasferimenti liberi.

La totale diseducazione del paese ridotto ad una massa di voraci o pudichi reclamatori di diritti economici ha poi generato i cinque stelle. Ma anche i partiti di opposizione non concepiscono minimamente programmi di chiusura del debito e di rilancio del paese anzi gareggiano nella musica dell’“io ti darò di più”.

Sta di fatto che il sud, ultraspecialista oggi, forse suo malgrado, della lotta per l’egualitarismo e i diritti umani parlati sta mostrando tutta la sua inadeguatezza a dirigere il paese. Speriamo che centro e nord possano unirsi per una vera svolta. E che parti consapevoli della chiesa comprendano che l’Italia non può rinascere per (o solo per) grazia di padre Pio di Pietrelcina.

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