Il popolo leghista senza Lega. Dovrà pur arrivare l’ora del divorzio

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di Roberto Gremmo – Intendiamoci bene: ho la massima stima e considerazione per quello che una volta si definiva  “il popolo leghista”, la gente semplice e per bene che vuole vivere tranquilla, lavorando in santa pace senza essere strozzata dalle tasse rapinate da Roma ladrona, i giovani entusiasti che scoprono le proprie radici, gli anziani che hanno un amore viscerale per la propria terra,  le donne preoccupate dai guai di una immigrazione senza controllo e che, tutti assieme, sostengono senza chiedere niente in cambio, il Partito del Carroccio. Provo simpatia anche per i folcloristici personaggi che con corna celtiche in testa e camicie verdi affollano (affollavano) i raduni di Pontida ma più di tutti ammiro i tanti amministratori locali leghisti, i sindaci del buon governo padano che, destreggiandosi tra i mille vincoli della burocrazia italiana, fanno sforzi immensi per ben governare i nostri paesi.

Proprio perché vedo a rischio la loro speranza politica, provo grande, robusta e totale avversione nei confronti della nuova nomenclatura della “Lega per Salvini premier” che, con una arbitraria deriva nazionalista, tradisce le aspirazioni profonde di questo sfortunato popolo del Nord.

Mi sembrano sempre più ridicole ed anche inutili le rocambolesche capriole di Capitan mohito, al comando d’un vascello alla deriva, in balia dei sondaggi sempre più negativi e d’un collaborazionismo governativo che non porta vantaggi al Nord perché già si capisce che gran parte dei contributi europei finiranno nel pozzo senza fondo del mezzogiorno.

Dovrà pur arrivare l’ora del divorzio. La gente del Nord con un nuovo soggetto politico nato alla luce del sole e i papaveri mohitisti finiti sottobraccio ai fratelloni con la fiamma, diventati ormai i primi della classe in una coalizione dove federalismo, autonomie ed autogoverno sono corpi estranei.

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