Epistocrazia. L’antidoto all’astensionismo? Candidati preparati, magari autorevoli, non venditori di pentole

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di Giuseppe Bellissimo* – Cosa rappresenta l’astensionismo per la democrazia occidentale e chi ne sostiene le motivazioni?

Al voto! Al voto! Il voto è uno sfogo, il voto è un diritto, il voto è un’espressione di “pancia”, il voto è un processo di libertà, ma soprattutto il voto è democrazia.

È questo che accettiamo tutti quale principio fondante della democrazia moderna, se mancasse il voto additeremmo questo o quello stato di Dittatura, senza nemmeno pensarci o approfondire altro.

Non importerebbe se uno stato tutelasse e garantisse i diritti fondamentali, se donne e uomini avessero retribuzioni e compiti paritari, non importerebbe se gli asili nido fossero gratuiti o se le percentuali di laureati superassero il 90%. Quello che conta per definire uno stato democratico è se il popolo vota a suffragio universale oppure no.

Se il popolo vota e la magistratura punisce chi protesta è democrazia. Se vota e non viene garantito l’accesso all’istruzione a tutti è democrazia. Se l’immobilismo sociale stronca la vita di milioni di persone, se una sparuta minoranza non ha modo di far sentire la sua voce non conta, perché contano le masse di voti ben più dei temi e delle idee in questo delirio democratico.

A cavallo tra ‘700 e ‘800 il mondo occidentale era nel pieno della moderna trasformazione dei diritti per l’uguaglianza e la liberta egualitaria dei cittadini, ispirato dalla Costituzione Americana.

In questo scenario di totale e costante tumulto, Alexis De Tocqueville, percependo e studiando una sempre più significativa partecipazione dei cittadini alla vita politica e alle elezioni, teorizzo il concetto di “dittatura della maggioranza”. Non fu sicuramente l’unico a temere che il potere democratico potesse ricadere impropriamente nelle mani di masse facilmente influenzabili e impreparate, anche Piero Gobetti definì il fascismo come “autobiografia del popolo”.

Le masse suggestionabili dalla cattiva politica sono presenti ancora oggi, anche nel secolo in cui l’informazione è accessibile veramente a tutti.

Nel corso delle ultime elezioni amministrative italiane, gli analisti hanno potuto constatare un decremento incredibilmente significativo sulla partecipazione al voto, in molti casi non si è raggiunto il 50% dei votanti, nonostante si trattasse delle votazioni più “tangibili” dai cittadini

Ancor più significativo è il dato in notevole decremento che riguarda il tesseramento ai partiti. Questo fenomeno ha radici lontane nel tempo, già a partire da fine anni ’70 del secolo scorso a margine del distaccamento di appartenenza tra la sub cultura cattolica e comunista che iniziarono a sfaldarsi proprio in quel periodo, riducendo i partiti ad associazioni sempre più leggere e liquide “parties without partisans” (Dalton e Wattemberg, 2000)

Le ipotesi motivazionali che possiamo addurre a un tale astensionismo sono diverse per ogni persona che non ha contributo attivamente al voto, ma possiamo raggruppare le motivazioni in tre gruppi principali per facilitare le considerazioni.

  • Maggiore partecipazione alle tornate elettorali ritenute più “importanti”, idea fuorviante causata da una maggiore esposizione sui media
  • “Il paradosso dei due gelatai” il fatto che candidati e partiti diversi propongano le stesse soluzioni crea sfiducia e bassa aspettativa, tanto uno vale l’altro.
  • La sfiducia nei partiti e nella politica, con sempre meno idee e quelle poche molto confuse riescono ad allontanare sempre più gli elettori soprattutto i più giovani.

Come rilevato dall’Istat all’interno del Bes, la fiducia nelle istituzioni e nei partiti è ai minimi storici.

Nei 26 paesi nel mondo in cui ancora esiste l’obbligo al voto i cittadini vengono puniti con ammende e perdita di alcuni diritti di cittadinanza in caso di astensione, la situazione non è tanto migliore, assestando mediamente l’affluenza attorno al 70% (fonte: IDEA institute for democracy and electoral assistance).

In questo quadro internazionale e più propiamente italiano si inserisce, di diritto, la proposta epistocratica.

In Italia da inizio 2021 è stata totalmente stravolta l’espressione del parlamento rispetto all’esecutivo di governo, da un lato può sembrare una forte spallata alla democrazia, dall’altro una manna dal cielo senza precedenti, rappresentato dall’alto profilo di competenza e credibilità internazionale di diversi componenti del nuovo governo.

Nel 2018 alle elezioni politiche nazionali sono stati eletti molti parlamentari senza alcun esperienza, cittadini che non avevano mai partecipato nemmeno ad un consiglio comunale, totalmente impreparati ad un arte cosi nobile e complessa come la politica.

La dimostrazione di aver affrontato un cursus honorum e iscrizione ad un albo specifico dovrebbe, secondo l’ottica epistocratica italiana, essere un prerequisisto di accesso a cariche cosi significative. Il governo Draghi, nel quale il primo ministro detiene molti più ministeri di quelli dichiarati ufficialmente (in primis il ministero degli Esteri) sta lavorando in totale autonomia rispetto alla solita disciplina parlamentare, mettendo da parte in un certo senso il lavoro dei parlamentari. Quest’azione risulta indispensabile a causa della scarsità di competenza e supporto da parte moltissimi parlamentari inadatti al ruolo che ricoprono, l’Italia in un momento come questo a cavallo tra PNRR e interessi geopolitici nel Sahel, non può permettersi di dare il potere ai dilettanti allo sbaraglio che sono stati votati a furor di popolo.

L’epistocrazia si presenta come reale e concreta soluzione al contrasto dell’astensione, in particolar modo quella legata al “tirarsi fuori tanto non cambia nulla” ed in un ottica più a medio e lungo termine legata a riconoscere fiducia ai partiti ed alla figura dei politici. La partecipazione, l’interesse nei confronti di tematiche più o meno complesse, devono essere prerequisiti chiari e indissolubili per ogni elettore. La formazione civica e culturale nelle scuole e anche al di fuori del percorso scolastico devono rientrare nello stato sociale di tutte le nazioni che puntano ad un cambiamento riformista e radicale. Questa e l’epistocrazia, questo è il futuro.

* Assessore con delega al Bilancio e Patrimonio, Agricoltura e Politiche Giovanili al Comune di Oleggio

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