Pensioni, una riforma col culo degli altri

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di Stefania Piazzo – Anche invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia. Sommi l’età anagrafica e quella contributiva e arrivi alla quota desiderata dal governo. La riforma delle pensioni, che tu la guardi da destra o da sinistra, premia chi ha potuto sempre lavorare, chi lavorando ha sempre avuto la fortuna di avere i contributi versati e chi lavorando ha avuto la fortuna di avere sempre un contratto. Una favola che esiste nel mondo del pubblico impiego, nella scuola, nelle imprese di un certo tipo. Il secondo tipo, invece, non prevede che i requisiti siano sempre o rispettati o garantiti. Alla quota, insomma, pur avendo sempre lavorato, non ci arriverai mai.

Dunque, i lavoratori, una volta di più, sono o di serie A o di serie B. E’ così in tutte le categorie. In quella giornalistica poi, non se ne parla. Tra i diritti di un giornalista e un rider la differenza è spesso labile. L’Inpgi è a fine corsa e sembra che il Parlamento pensi solo a salvare se stesso, non blindare le pensioni accantonate sul serio da chi ha un ente con le casse vuote. Lo fecero per i pubblici dipendenti, con l’Inpdap, ma con l’Inpgi cercano tutte le scappatoie possibili per negare un diritto costituzionale. Persino il presidente Mattarella era intervenuto per ribadire questo principio. Ma la politica si occupa di processi, personali, di redditi di cittadinanza che non sai che fine fanno e di altre amene vicende.

Le pensioni intanto vengono garantite ancora una volta per chi ha avuto la fortuna di lavorare. Perché trovare lavoro non è un merito, non è bravura. E’ spesso fortuna. Lo è tanto più superi gli anta e sei fuori da tutto. Troppo bravo e con troppa esperienza per essere pagato pari alla tua professionalità, e troppo giovane per agguantare una finestra d’uscita.

In altri tempi, 35 anni di contributi per una donna, sarebbero stati un traguardo più che possibile. Oggi, invece, sono anche questi una soglia miraggio.

La proposta del presidente dell’Inps Tridico di prendere come quota minima 20 anni di contributi e l’uscita a 63-64 anni col solo metodo contributivo, incassando l’assegno pieno ai 67, era una proposta di equità e di ricambio generazionale economicamente sostenibile. Tridico, aveva guardato in faccia la realtà. Ma quanti, tra quelli che voteranno in aula la riforma, avranno problemi a fine mandato? Quanti tra quelli che alzeranno la mano non avranno già provveduto al proprio futuro, forti anche di un guadagno generoso per la legislatura passata? Insomma, chi ci regala la pensione impossibile lo fa col culo degli altri, il nostro.

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