E’ finito il Berlusconismo. Cosa sta nascendo, se il governo Meloni-Giorgetti tiene botta per un po’?

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di Giovanni Robusti – Con l’astensione dei forzisti all’elezione del presidente del Senato finisce un’era trentennale. L’astensione, fallita, è di gran lunga più significativa del soccorso rosso, rosa, bianco, giallo o di che colore sia.

Che nel centrodestra, un contenitore solo di nome, non ci fosse armonia era noto. Come era noto che due ex leader, maschilisti, non potessero sopportare di essere i sottoposti di una giovane giornalista. I giornalisti, loro, sono abituati a non “subirli”. Che la situazione precipitasse così in fretta è stata una novità. E che novità. Come tutta la storia del “cavaliere”, provocata da una donna. Che strano eh!

A noi interessa il seguito. Capire cosa succede dopo. Matteo si spertica a garantire che tutto rientrerà. Non può essere. Non starebbe in piedi. Non sarebbe nemmeno il caso. Quello che succede è un ottimo starter per dare una spallata al passato, ben rappresentato in questo nuovo Parlamento. Sono certo che Meloni non perderà l’occasione. Vediamo perché.

Giorgia Meloni dimostra di avere ben chiara la portata della sfida. Che non è solo di contesto, seppur grave. Arrivare in 3 anni al potere e con quel supporto di voti dimostra che la donna ha gli attributi e soprattutto ha ben chiaro che non avrà altre occasioni. O buona la prima o niente. Tant’è che ha subito ribattuto in modo chiaro “non sono ricattabile”. Ma il presidente in pectore alza il tiro. “Nessun posto di governo per chi non ha votato al Senato”. Ne vedremo delle belle in Forza Italia dove le poltrone sono un fine. Per il bene comune, ovviamente.

C’è un altro fatto che va messo sul piatto. Giorgetti. Merita fare un’analisi della cronologia dei fatti. Meloni stravince contro Salvini che straperde. Berlusconi, che non gli va poi male, resta ultimo anche se per poco. Meloni parte subito a parlare di squadra di governo e gli altri iniziano a mettere sul tavolo le pretese. La Salvini spa tra la rosa dei ministri non cita Giorgetti. Tutti si irritano sull’ipotesi dei numerosi tecnici che Meloni vorrebbe imbarcare. Tra cui in primis certamente il ministro del Tesoro, la cassa. Passano i giorni e merita rilevare, tra le notizia ben note, che nessuno dei tecnici indicati per il MEF sembra accettare l’offerta. Brutto segno. O pensano che sia una missione impossibile o suppongono che durerà poco e finirà male. E alla luce dei fatti attuali pare verosimile.

A un certo punto, un po’ sottotraccia, Meloni inizia a farsi scappare il nome di Giancarlo. Salvini tace o cerca di dirottare l’ipotesi, semmai, al ministero che Giorgetti ancora segue. Poi Meloni considera Giorgetti un tecnico papabile per il MEF mettendo a disposizione uno dei suoi posti senza intaccare quelli “venduti” ai due compari. Giorgetti tace conscio che nessuno possa nemmeno ipotizzare che passi ad altra corte. Non è nell’uomo, non nella sua storia, nella sua etica. Solo a tempo scaduto Salvini arriva a “gridare” la destinazione di Giorgetti al MEF come politico della Lega apprezzato da tutti per quel ruolo.

Per capire meglio bisogna considerare che il ministro de Tesoro è il collaboratore più stretto, più sinergico, più “intimo” (professionalmente ovviamente) del presidente del Consiglio. In ogni governo. Basti vedere cosa succede a Londra. Meloni, seppur scaricata da prestigiosi tecnici, non può pensare di fare il presidente con a fianco un ministro della cassa, dei soldi, che prenda ordini da un terzo. Seppur socio o presunto tale. E quindi se si fida vuol dire che considera Salvini “a cuccia” o quantomeno inoffensivo. Le conclusioni tiratele voi.

Ultimo fatto recente. Nella formazione dei gruppi parlamentari potremmo vedere nascere, dentro alla destra, un gruppo con la seconda fila della coalizione. Non hanno i numeri ma potrebbero avere un prestito di deputati e senatori dal numeroso gruppo di Fratelli. Perché tanta disponibilità e per di più gratuita visti i soldi che supportano i gruppi. Serve per creare un contenitore che faccia da paracadute per chi volesse cambiare cavallo senza passare direttamente da Forza Italia e anche dalla Lega ai Fratelli .

Il tutto nella convinzione, condivisibile, che i voti a sostegno dell’azione di governo almeno per un po’ di tempo ancora, si troveranno comunque. Renzi & C e non solo. In tutta quell’area sino alla fine dell’arco sinistro, i problemi sono ancora più evidenti e grossi. E per problemi grossi, ci vuole tempo. Si potrebbe tornare a votare. Ma non così in fretta. Mattarella non lo permetterebbe. Ci sarà una verifica di medio termine con le europee del 2024. Nessuno rischierà l’annientamento prima. Nemmeno la Repubblica che con quel debito non può permetterselo.

Assisteremo quindi alla fine politica di più di una aggregazione sin qui presente sul mercato della politica. Tempo al tempo. Anche se non ce ne vorrà poi molto.

Siccome in politica i vuoti non esistono. Allo svuotamento di contenitori se ne creano altri. Mi auguro che si arrivi a due grossi schieramenti che portino la gente a votare. Perché, in fin dei conti, con l’astensione quasi al 40%, in soldoni, la Meloni è stata scelta da meno di un italiano su tre. Pochini per rappresentare gli italiani. Almeno nella nostra concezione di democrazia. Che differisce, non poco, da quella di Orban.

E’ solo un’opportunità. Oggi per Meloni come lo era per Grillo. Opportunità che cammina su un terreno molto ma molto scivoloso. Soprattutto con i chiari di luna che si prevedono. Meglio, sono già in vista.

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