Birmania – Aung San Suu Kyi, da santa a reietta: una vicenda esemplare

Lettura 4 min

di Luigi Basso – La leader ed i vertici del primo partito della Birmania, la Lega Nazionale per la Democrazia, tra i quali il Capo dello Stato, sono stati arrestati dai militari, con accuse di molteplici violazioni della Costituzione del Myanmar.
In queste ore gli osservatori di cose internazionali guardano alle mosse dei “vicini” di casa della Birmania, Cina e India, per capire quali forze internazionali possano, eventualmente, aver maneggiato dietro al Colpo di Stato.


Nel frattempo il Presidente USA Biden, raggiunto dalla notizia, si è dichiarato “preoccupato”: un po’ pochino, in verità, dopo che Aung era stata eletta “Santa” dai salotti radical chic del progressismo mondiale.
Aung San Suu Kyi era stata infatti innalzata, a partire dagli anni ’90, al rango di icona della lotta per i diritti civili nel mondo, al punto da vincere il Premio Nobel per la Pace: muoveva in quell’ epoca i primi passi, all’indomani della caduta del Muro di Berlino, la politica estera americana fondata sulla dottrina dell’esportazione della democrazia nel mondo (che avrebbe creato immani disastri globali, ma questa è un’altra storia).
Quella politica aveva bisogno di testimonial e Aung era perfetta: figlia di un militare patriota birmano, eroe dell’indipendenza post coloniale, colta e raffinata (laurea in Filosofia, Scienze Politiche ed Economia a Oxford, mica una bibitara del San Paolo o una concorrente di Slalom, per dire), cosmopolita al punto giusto, avendo sposato un britannico, donna con le giuste entrature internazionali (la mamma era stata ambasciatrice), oppositrice dei militari in uniforme, rappresentava l’interprete ideale del film hollywoodiano “Esportiamo la democrazia nel mondo”.
In questo clima, gli arresti e la detenzione riservata per anni dal regime birmano ad Aung, ebbero l’effetto di farla apparire al mondo come una sorta di Madre Teresa di Calcutta, sebbene ridotta allo stato laicale.


Nel 2015, grazie ad un accordo coi militari, giunse finalmente ai vertici del potere birmano, ma non dello Stato, in quanto la Costituzione vieta a chi ha sposato uno straniero di accedere alla Presidenza e da allora la sua immagine internazionale si è appannato a causa soprattutto della questione della persecuzione della minoranza Rohingya, che ha portato la Birmania davanti ai Tribunali Internazionali.
Da allora, nei salotti, si è iniziato a rinnegare Aung, fino al punto da assistere alla revoca di molte onorificenze internazionali conferitele prima in pompa magna.


La Birmania è stata colpita dalle immancabili sanzioni internazionali, gettandola, in tal modo, tra le braccia della Cina che le ha garantito legami internazionali ed una valida sponda.


Insomma, per la diplomazia occidentale un pasticcio dietro l’altro.
In realtà, sulla questione dei Rohingya, Aung non poteva fare molto di fronte ad un Paese che al 70% detesta la minoranza musulmana e dinanzi ad una coabitazione al potere birmano con i militari: è la durezza del potere e dei compromessi, che nei film di hollywood restano dietro le quinte.


Oggi, Aung sembra abbandonata da tutti, anche da coloro che un tempo la ricevevano alla Casa Bianca con tutti gli onori.
Sic transit gloria mundi.

Servizio Precedente

Aifa, senza fattori di rischio, Astrazeneca bene anche per over 55

Prossimo Servizio

Occhio all'infodemia. Troppo Covid sui media fa male alla salute

Ultime notizie su Opinioni