La lezione ungherese. Non andiamo a votare con la testa nel sacco

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di Giovanni Robusti – Ormai l’informazione italica, televisioni in primis, si stanno predisponendo all’inchino devoto ai nuovi governanti. La notizia è passata come mero fatto di cronaca.

Il Parlamento Europeo ha votato, a larga maggioranza, una risoluzione, che non è acqua fresca come gli ordini del giorno italici, che condanna l’Ungheria definendola una “autocrazia elettorale”. Invitando altresì la Commissione alle conseguenze del caso. Conseguenza che, soldo più, soldo meno, varranno circa 7 miliardi già stanziati a favore dell’Ungheria e che non verranno pagati.

Lega Salvini e Fratelli Italia Meloni hanno votato contro. E questa è la notizia che non si è voluta approfondire. Se fosse stato possibile, nemmeno divulgare.

Non è un fatto di poco conto. Né la risoluzione tantomeno il voto contrario. Per un dettaglio che viene sottovalutato o forse mascherato volutamente. Dettaglio che cerco di evidenziare.

In Europa ci sono altri paesi sotto osservazione per la stessa ipotesi. Dove si governo in spregio ai diritti fondamentali. Una dittatura mascherata. Ad esempio, la Polonia. E comunque + o – tutti i paesi ex cortina di ferro. Dove il percorso per una democrazia più compiuta è ancora lungo. Certo l’Ungheria, a differenza della Polonia che quantomeno si è molto spesa nell’accoglienza degli Ucraini, non ha fatto nulla, anzi il contrario, per venire incontro alle rimostranze del Parlamento e della Commissione europea.

Ma il fatto, essenziale quanto sottaciuto, che differenzia l’Ungheria da altri sta nella composizione del Parlamento Ungherese. Parlamento dove il partito di Orban detiene più dei due terzi dei seggi. E con tale maggioranza può modificare, come ha fatto, la Costituzione. In Europa c’è solo l’Ungheria che ha tale condizione.

Purtroppo tra poco potrebbe esserci anche l’Italica penisola, Padania compresa.

Il pericolo non è da sottovalutare soprattutto se nei comizi, della Meloni soprattutto, perché Salvini si occupa di altro, si immagina una italica Repubblica presidenziale e un tono diverso nei rapporti con l’Unione Europea.

Entrambe queste promesse trovano radicamento nella Costituzione e soprattutto nella prima parte. Che può essere modificata, senza referendum, solo se votata dai due terzi del Parlamento.

Il voto dovrebbe tenere conto di questa ipotesi. Tanto da indurre più gente possibile ad andare a votare. E votare non sulle promesse ma sulle ricadute del proprio voto. Che non è un atto di fede, un dovere di appartenenza o di tifoseria. Un voto che è l’espressione, unica e irripetibile, di una ipotesi di futuro. Ipotesi che ogni tanto viene concessa anche a questa massa di sudditi per poi governare spendendo i loro di soldi.

Ma tutto questo voto consapevole sarebbe meglio espresso se solo si potesse godere di un’informazione completa e libera. Purtroppo non è così. Anche l’informazione, per un verso o per l’altro, tiene padrone.

Come tutti noi se andremo a votare con la testa nel sacco.

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