Non siamo Fratelli d’Italia. Al Nord massacrato dal Covid 19 lo Stato manda i controlli fiscali

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di Stefania Piazzo – Non ci si può credere. Mentre lo Stato a imperitura memoria e monito mostra il corteo funebre militar bergamasco, tricolori e Mameli per unire il Paese, dall’altra manda controlli fiscali, amministrativi e contributivi nelle aziende che sono miracolosamente ancora aperte. Lo Stato solerte non ferma la macchina degli accertamenti nei territori che producono Pil per trequarti del Paese. O che lo producevano. Ma ecco che sul morto ancora caldo, arrivano gli ispettori. Chi del lavoro, chi delle carte bollate. Vediamo se prima dell’ultimo respiro il Nord ha ancora qualcosa in tasca che si può prendere.

A sbottare è la Cgia di di Mestre. Che si chiede dove voglia andare a parare lo Stato, il governo. Il titolo dell’ultima nota è questo: Coronavirus, molte attività artigiane chiuse (o quasi) sono ora nel mirino degli abusivi. I controlli vanno fatti a questi ultimi.

Gli artigiani di Mestre in questo documento choc scrivono infatti che “In questi primi 10 giorni di chiusura imposti per decreto a moltissime imprese commerciali e artigianali, non sono mancati i controlli da parte degli enti preposti, soprattutto nei cantieri edili e presso le aziende che hanno continuato a tenere aperto.

“Attività ispettive – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – più che giustificate, ci mancherebbe. Tuttavia, poco o nulla si continua a fare contro l’abusivismo e il lavoro nero. E’ vero che in questi giorni una parte degli oltre 3 milioni di lavoratori irregolari presenti nel nostro Paese è rimasta a casa. Ma è altrettanto sicuro che molti altri hanno continuato imperterriti a lavorare abusivamente presso le abitazioni dei privati, approfittando della chiusura totale imposta agli acconciatori, alle estetiste e alla difficoltà da parte dei cittadini di reperire tanti artigiani che sono disponibili solo per le urgenze, ma non per gli interventi ordinari. E’ il caso degli edili, dei dipintori, dei fabbri, degli idraulici, degli elettricisti e dei manutentori di caldaie che in questi giorni stanno subendo una concorrenza sleale molto aggressiva da parte di coloro che esercitano queste professioni senza averne titolo”.

E allora, visto che lo Stato non ha memoria, ecco che la Cgia sente l’obbligo di riproporre la mappa del lavoro nero, degli invisibili che drogano il mercato di chi paga le tasse e che in piena pandemia devono aprire la porta a chi controlla sempre gli stessi. Dalla CGIA ricordano che, secondo l’Istat, l’esercito dei lavoratori “invisibili” presenti in Italia è costituito da 3,3 milioni di persone che ogni giorno si recano nei campi, nei cantieri, nei capannoni o nelle case degli italiani per prestare la propria attività lavorativa. Pur essendo sconosciuti all’Inps, all’Inail e al fisco, gli effetti economici negativi che producono questi soggetti sono pesantissimi”.

Beh, chi non ha visto servizi sul caporalato, sul lavoro nero nei campi? Gli accertamenti vanno lì? Ma certo che no.

“Con troppe tasse e un sistema burocratico e normativo eccessivamente oppressivo – segnala il segretario della CGIA Renato Mason – l’economia irregolare ha trovato un habitat ideale per diffondersi, soprattutto in alcune aree del Paese e ancor di più in questi giorni di contenimento della diffusione del coronavirus”.

Nuove zone franche in zone sempre franche.

E allora, perché non concentrare le forze perché l’esercizio abusivo delle professioni artigianali vada contrastato e perseguito”?. L’Ufficio studi della CGIA ha stimato come si ripartiscono a livello regionale i 78,5 miliardi di euro di fatturato in nero all’anno prodotto da questi lavoratori abusivi. A livello territoriale la situazione più critica si presenta nel Mezzogiorno.

Ripasso dei dati. Pronti via. “A fronte di poco più di 1.250.000 occupati irregolari (pari al 38 per cento del totale nazionale), nel Sud il valore aggiunto generato dall’economia sommersa è pari a 26,8 miliardi di euro, pari al 34 per cento del dato nazionale. La realtà meno investita dal fenomeno è il Nordest: il valore aggiunto prodotto dal sommerso è pari a 14,8 miliardi di euro”.


Secondo l’Istat si tratta di 3,3 milioni di unità di lavoro standard, ovvero come se ogni giorno ci fossero 3,3 milioni di persone che svolgono un’attività irregolare per 8 ore al giorno”.



Non ha peli sulla lingua la Cgia. “Oltre 3 milioni di persone costituiti prevalentemente da lavoratori dipendenti che fanno il secondo/terzo lavoro, da cassaintegrati o pensionati che arrotondano le magre entrate o da disoccupati che in attesa di rientrare nel mercato del lavoro sopravvivono grazie ai proventi riconducibili a un’attività irregolare”.

E dove? Dove sono questi fratelli d’Italia?

“Campania, Calabria e Sicilia sono le realtà dove il lavoro nero è più diffuso; oasi felici Aosta, Veneto e Bolzano. A livello territoriale sono le regioni del Mezzogiorno ad essere maggiormente interessate dall’abusivismo e dal lavoro nero. Secondo le stime dell’Istat relative al 2017 (ultimo anno per cui i dati sono disponibili), in Calabria il tasso di irregolarità è pari al 21,6 per cento (136.400 irregolari), in Campania al 19,8 per cento (370.900 lavoratori in nero), in Sicilia al 19,4 per cento (296.300), in Puglia al 16,6 per cento (229.200) e nel Lazio al 15,9 per cento (428.100). La media nazionale è pari al 13,1 per cento.

Le situazioni più virtuose, invece, si registrano nel Nordest. Se in Emilia Romagna il tasso di irregolarità è al 10,1 per cento (216.200 irregolari), in Valle d’Aosta è al 9,3 per cento (5.700), in Veneto al 9,1 per cento (206.500) e nella Provincia autonoma di Bolzano si attesta al 9 per cento (26.400)”.

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