Vaffa, Papeete e di nuovo Vaffa. Davanti alla sciatteria della politica, Mario Draghi lascia o raddoppia?

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di Stefania Piazzo – Nei corridoi di palazzo si dice che Mario Draghi lascerà e non raddoppierà il proprio mandato. Chissà.

Salta il campo largo tessuto dal segretario Pd, Enrico Letta, con un’alleato ora improbabile in Giuseppe Conte. I 5Stelle iniziano a realizzare che le elezioni sono vicine, e per un partito in crisi di consenso in un Parlamento dimezzato, il futuro è grigio. I ministri un minuto si dice si dimettano, l’altro no. Giorgia Meloni è pronta a passare all’incasso elettorale.

Il centrodestra di governo, in una nota, fa sapere:

“Ascolteremo con rispetto e attenzione” le considerazioni di Draghi, che “ha reagito con comprensibile fermezza di fronte a irresponsabilità, ritardi e voti contrari”. E se il centrodestra di governo “continuerà a difendere gli interessi degli italiani con serietà e coerenza”, un punto fermo è “che non è più possibile contare sul Movimento 5 Stelle in questa fase così drammatica”.

Draghi può piacere o non piacere, ma nel suo passo indietro, o solo di lato, ha incastrato la pochezza dei vincitori della Lotteria Parlamento. Li ha definitivamente evaporati.

Ma cosa accadrà da qui a mercoledì prossimo, quando il premier Draghi si presenterà alle Camere? Ribadirà il suo “la linea non cambia” o le pressioni che arrivano dall’Europa, dalle segreterie degli altri paesi, dalla Commissione Ue, dal sistema economico, chiederanno all’ex governatore della Bce di governare ancora gli ultimi dieci mesi di Paese mentre l’Europa è in guerra (anche con se stessa), con la Russia, con l’inflazione, con la pandemia, con il gas, con la siccità?

Che sia una questione politica è chiaro a tutti. Forse non è chiaro ai 5Stelle il rimbalzo della loro decisione a Mosca. Non lo è perché, per loro, uno vale uno. Il no al termovalorizzatore di Roma dentro il dl Aiuti è riuscito a fornire una nuova arma a Mosca, ha rafforzato la politica guerriera di Putin. Ha rotto l’asse europeo contro l’invasione in Ucraina. La politica non è mai stata così sciatta, ciabattona, caricatura dell’impossibile. Il termovalorizzatore di Roma vale tanto quanto l’equilibrio tra Russia ed Europa. Uguale. Uno a uno. La spazzatura romana vale tanto quanto ci si gioca nelle relazioni con Mosca. Uno a uno.

Ha vinto la spazzatura politica.

Il primo Vaffa aveva divertito e spaventato, era un populismo che sbracava in rete facendo della rete la prima vergine vestale della democrazia. Poi c’è stato il Papeete. Un altro Vaffa figlio a modo suo della rete, di quello che occorre dire in base a quello che pensa “il popolo della rete”. Ovviamente quello che di politica ne capisce e che vota i suddetti eroi politico-informatici che rendono la nostra democrazia così fragile e vulnerabile. Al punto da mandarsi a vaffare da sola, come è accaduto.

Ora ritorna il Vaffa. E’ l’apoteosi del consenso che nasce dalla fondata consapevolezza che per votare non sia necessario studiare, informarsi, ragionare, e che per governare o essere eletti sia sufficiente avere in mano le parole chiave, le keyword, per farsi indicizzare sulla rete e salire di reputazione nei motori di ricerca.

Non viene chiesta la competenza, il bagaglio di cultura media che rendono più semplice prendere decisioni di buon senso, avere una visione d’insieme che vada oltre l’odio da Hooligans verso l’avversario politico. Non viene istruito lo studente sul valore delle istituzioni e quindi sul rispetto che viene nell’occuparne gli spazi di manovra. Niente è più sacro, si può ruttare su tutto. E anche non sapere come si chiama il capo dello Stato o il più prestigioso regista di teatro.

Forse la crisi energetica ci imporrà di stare meno al pc o al cellulare per consumare meno corrente. Forse ci disintossicheremo dall’illusione di “sapere” solo perché connessi, e torneremo a leggere e informarci come si faceva prima, quando si era più analogici. Nel cervello.

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