Ma la Lega che prendeva i voti degli operai e della Cgil non è quella del 2008

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di Stefania Piazzo – Nel 2008 alle elezioni politiche uno dei dati più eclatanti fu il consenso leghista in Emilia Romagna. Persino Cofferati tuonò su La Stampa: “La Padania esiste, è qui e va capita”, dichiarava a Federico Geremicca. Era il 17 aprile 2008.

Oggi è Tecné di Pagnoncelli sul Corriere della Sera, ed è il 7 novembre 2021, a dire che la classe operaia vota la Lega. Ma non necessariamente al Nord, dove invece è Fratelli d’Italia ad avanzare, specialmente tra le botteghe e i capannoni. Dal 2008 al 2021 sono passate diverse ere geologiche, congressi, cadute degli Dei. Di tutto. E la Lega del 2008 non è quella che faceva balzare sulla sedia Sergio Cofferati a dire che le ragioni del Nord devono essere ascoltate. Oggi quelle ragioni non appartengono ai partiti che siedono in Parlamento. Ogni tanto qualche esponente del Pd ricorda che esiste il Nord, ma poi finisce tutto lì.

Nelle elezioni politiche invece del 4 marzo del 2018 i dati erano questi: un iscritto su due alla Cgil aveva votato per il centrosinistra. Più precisamente il 35% per il Pd, 11% per Leu e 4% per +Europa. Un tesserato su tre, il 33%, aveva preferito nel segreto dell’urna il Movimento 5 Stelle. Il 13% il centrodestra (10% la Lega, 2% Forza Italia e 1% Fratelli d’Italia), il 4% partiti minori. Risultava da un’altra indagine che il sindacato guidato allora da Susanna Camusso aveva commissionato all’istituto Tecnè.

Alle scorse amministrative, altra musica ancora. A Milano la Lega si è fermata intorno all’10,7, FdI al 9,8 per cento, il Pd al 33,9.

A Torino altra sventola. Il candidato sindaco Paolo Damilano – Torino Bellissima, ha superato con l’11 per cento sia la Lega che Fratelli d’Italia (fermi al 10). In Emilia, a Bologna, sono lontani i fasti del 2008. Lega al 7,96, superata persino dalla Meloni al 12,57%.

Ecco, Cofferati nel 2008 diceva che gli operai e la gente che prima votava a sinistra, aveva preferito la Lega, quella padana, perché quella Lega aveva “evidenti elementi di diversità”. E faceva il distinguo per dire uno del Nord il fenomeno lo poteva capire… “Ma certo che sì, guardi che io son di lì, nato a Sesto e Uniti, in provincia di Cremona, in mezzo ai contadini”. Cofferati avanzava anche un timido ragionamento macroregionale: “Credo occorra ormai analizzare anche i risultati elettorali non più regione per regione ma area per area. Se noi osservassimo  le cose un po’ più dall’alto, ci accorgeremmo che quel che accade sulla sponda destra del Po succede anche sulla sponda sinistra…”.

Quella Lega aveva sollevato la questione settentrionale dentro un ragionamento macroregionale, un tentativo di federalismo dopo l’ammutinamento referendario della devolution.  “In grandi aree del nord ci sono ormai elementi di uniformità dettati dalla struttura economica e sociale: e per queste due vie, producono risultati elettorali. Se si guarda la pianura… Cremona e Reggio Emilia, oppure Mantova e Ferrara – che sono città di regioni diverse – hanno una strutture economica, sociale e risultati elettorali del tutto simili”.  

Insomma, viene al dunque: “gli elementi di identità territoriale non sono più rappresentati dai confini geografici e regionali. Le persone si muovono… Io penso che non ci possa organizzare efficacemente sul piano della rappresentanza considerando invalicabili i confini geografici… Dunque, quando penso alla dimensione territoriale del futuro Pd, penso a due cose assieme: agli antichi insediamenti ottocenteschi della rappresentanza politica – luogo per luogo, paese per paese – e ai modernissimi scavalcamenti di confini geografici e regionali ormai fittizi. (…). Un partito deve prendere come riferimento queste grandi aree. E’ inevitabile. Non farlo non ci aiuterà né a capire il nord né a radicare il Pd in queste aree decisive del Paese”. 

I dati pubblicati dal Corriere della Sera

Infatti il Pd non è radicato storicamente al Nord ma in alcune grandi città, per voto e si potrebbe dire curricola scolastici, considerato che Pagnoncelli ci dice che è votato per lo più dai laureati.

Nel frattempo gli operai votano, è brutale dirlo, chi semina populismo. La sinistra non li rappresenta più. La destra raccoglie le incazzature legittime della crisi economica da pandemia tra le partite Iva. E loro, da sottorapresentati, votano chi non li rappresenterà mai compiutamente se non a parole.

Un paese balcanizzato e diviso dalla crisi, dalla incompetenza della classe politica, vota ormai in modo liquido, un po’ di qua e un po’ di là. Un tempo c’erano le ideologie, poi le identità. C’erano partiti interclassisti, oggi esistono solo per categorie nette di consenso. Oggi una larga fetta di elettorato vota come si compra qualcosa su Amazon. Si ascoltano le recensioni di prodotti da parte degli youtuber di professione.

Solo a vedere grandi masse che sfilano contro il green pass, da 16 sabati consecutivi, in nome della libertà di pensiero, fa capire comunque che sarà difficile sperare a breve che il loro voto possa orientarsi consapevolmente verso i competenti. Già ce ne sono pochi. D’altra parte al giorno d’oggi le competenze viaggiano inzuppando il biscotto sulla rete. Non c’è speranza.

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