Caro Galli della Loggia, il nazionalismo non unisce Italia. La destra perde colpi e Nord e Sud restano due nazioni immensamente lontane

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di Stefania Piazzo – Chissà cosa scriverebbe oggi Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera a distanza di quasi due anni dal suo editoriale del 14 novembre 2019 quando spiegava le ragioni del successo del nazionalismo nell’editoriale “Perché la destra è forte”… Oggi è altrettanto forte la destra, quella destra? Non si tratta del ritorno del fascismo, quanto piuttosto di un contenitore rifugio in cui strati sempre più disagiati della popolazione cercano quelle certezze che la modernità ha spazzato via. E’ la reazione alla globalizzazione che ha impoverito, tolto diritti, nazionalismo insomma  come “rifugio culturale” e recupero di una identità che viene appannata da dinamiche incontrollabili.  Per questo la sinistra, che crede nel progresso come momento di affrancamento dal passato conservatore, si è trovata in ritardo e paradossalmente dall’altra parte della strada. Perché la modernità la sta seppellendo. (https://www.corriere.it/editoriali/19_novembre_14/perche-destra-cosi-forte-europa-c434b524-0717-11ea-8c46-e24c6a436654.shtml).

PRECIPITARE NELL’ABISSO

Fin qui la spiegazione filosofica sociologica del boom del nazionalismo. Ma è solo così? La paura del nuovo? Il crollo delle sicurezze sociali? In realtà era lo stesso Galli della Loggia a spiegare come davvero stavano le cose sempre sul Corriere in più occasioni, a cominciare dal 23 ottobre 2013 (“Il potere vuoto di un Paese fermo”, ndr). Vediamo di fare un po’ di giornalismo d’archivio, quello che fa figo oggi chiamare storitelling. (https://www.corriere.it/editoriali/13_ottobre_20/potere-vuoto-un-paese-fermo-1e477e6a-394d-11e3-893b-774bbdeb5039.shtml)

“L’Italia non sta precipitando nell’abisso. Più semplicemente si sta perdendo, sta lentamente disfacendosi (…). Tutte le reti del Paese (autostrade, porti, aeroporti, telecomunicazioni, acquedotti) sono logorate e insufficienti quando non cadono a pezzi. Come cade a pezzi tutto il nostro sistema culturale: dalle biblioteche ai musei ai siti archeologici (…). Anche il tessuto unitario del Paese si va progressivamente logorando, eroso da un regionalismo suicida che ha mancato tutte le promesse e accresciuto tutte le spese”.

NORD E SUD DUE POLI LONTANISSIMI

“Mai come oggi il Nord e il Sud appaiono come due Nazioni immensamente lontane”.

Ma qui la globalizzazione centra come i fichi secchi. E’ la responsabilità di una classe politica che ha negato le riforme, che non ha fatto il federalismo, che ha maciullato l’autonomia, che ha trasformato Nord e Sud come porti in cui pescare e/o dirottare solo tasse e fondi dall’area più produttiva alla classe politica del mezzogiorno. Infatti aggiunge ancora della Loggia: “Non sappiamo se l’Italia serva ancora a qualcosa, oltre a dare il nome a una nazionale di calcio e a pagare gli interessi del debito pubblico”. Figuriamoci a cosa può servire il nazionalismo. E’ solo un nuovo abito dei politici che la ruota della fortuna ci propina.

SENTIMENTO NAZIONALE?

Prima ancora, nel 2013, ed era il 22 febbraio, l’editorialista del Corriere tornava sul tema dell’Italia con una serie di valutazioni sul “sentimento di una nazione” (https://www.corriere.it/editoriali/13_febbraio_22/galli-della-loggia-sentimento-di-una-nazione_2136a438-7cc0-11e2-a4ef-4daf51aa103c.shtml) per non restare imbrigliati solo nel dogma del “vincolo esterno” ovvero gli obblighi verso l’Europa, l’europeismo come riempitivo per legittimare chiunque volesse fare politica in Italia. Essendo vuota la politica nazionale, l’unico alibi era presentarsi europeisti per salvarsi la poltrona.

Non finisce qui. Perché il 21 dicembre 2015, Galli della Loggia esce con un altro editoriale: “Il governo e il Sud che non c’è”. Allora vuol dire che il problema del paese è che esiste un Paese duale governato da chi dissipa risorse dentro l’abito immarcescibile del dogma unitario.  “… è la maggior parte dell’intera classe dirigente italiana che ormai non sa più che cosa sia il Sud; che sempre più spesso neppure vi mette piede(…)”. (https://www.corriere.it/editoriali/15_dicembre_21/governo-sud-che-non-c-e-74ba6972-a7ac-11e5-927a-42330030613b.shtml)

LOMBARDIA E CALABRIA PIU’ DISTANTI CHE GERMANIA E GRECIA

…”Così, nella sostanziale indifferenza degli italiani (compresa, tragicamente, gran parte degli stessi meridionali e delle loro scellerate rappresentanze parlamentari), il Mezzogiorno è giunto dov’è oggi: sull’orlo del collasso. Da anni il suo distacco dal Nord non fa che accrescersi, sicché ormai, per esempio, il gap economico tra la Lombardia e la Calabria è maggiore di quello tra la Germania e la Grecia”.

Evviva lo Stato unitario e centrale, che toglie da una parte e finge di dare all’altra. Ma andiamo avanti, e arriviamo al 30 dicembre 2018. Galli della Loggia cerca di spiegare la vittoria elettorale dei 5stelle e il sentimento populista. E’ colpa delle cattive élite, quelle che hanno governato non per merito bensì per privilegi tramandati di partito in partito. Insomma, qui il populismo e il suo fratello maggiore, il nazionalismo, nascono non per colpa della globalizzazione ma per il cattivo governo.

ITALIA, C’E’ TANFO DI CHIUSO NELLO STATO CENTRALE

Memorabile questo passaggio dell’editorialista del Corriere, editoriale “Le elite senza ricambio” (https://www.corriere.it/opinioni/18_dicembre_30/elite-senza-ricambio-27d7f932-0c6a-11e9-a68b-18db728c9ce6.shtml)

“Dove maggiormente si respira il tanfo del chiuso è in quel settore dell’élite costituito dall’insieme dei vertici dei gabinetti ministeriali e degli uffici legislativi, dal Consiglio di Stato, dai consigli d’amministrazione dei più vari enti pubblici, agenzie e «Autorità», dalle alte burocrazie addette agli organi costituzionali dello Stato. Sono gli ambiti per l’accesso ai quali molto o tutto dipende assai spesso più che dall’affiliazione politica in senso stretto (che tra l’altro può mutare con la massima disinvoltura), dalla capacità di equilibrismo e di vantaggioso posizionamento tra i diversi clan, dai padrinaggi, dalle consorterie o dalle filiere di cui si è parte o da cui si è sponsorizzati, dall’essere stati allievi di, nello studio di, dall’aver lavorato nella fondazione di. Da tutto questo deriva la natura sostanzialmente chiusa, iperomogenea e autoreferenziale delle élite italiane, con i suoi tre caratteri tipici: l’età perlopiù avanzata (…), l’assai scarsa presenza di donne (…); e infine la basica formazione o provenienza ideologica di centrosinistra di quasi tutti”. Memorabile questo passaggio dell’editorialista del Corriere, editoriale “Le elite senza ricambio”(https://www.corriere.it/opinioni/18_dicembre_30/elite-senza-ricambio-27d7f932-0c6a-11e9-a68b-18db728c9ce6.shtml).

E’ L’ITALIA IL PROBLEMA

Ci fermiamo qui. Non c’è un passaggio in cui non emerga la prepotenza dello Stato centrale, la presenza irrisolta di un Paese diviso in due, la negazione della responsabilità di spesa, un qualsiasi anelito federalista. Tutto sommerso ovunque, e non lo diciamo a Galli della Loggia, dalla globalizzazione come capro espiatorio di qualsiasi malessere e povertà. Gli altri Stati europei, nonostante la Cina e le frontiere aperte, crescono, generano ricchezza. Noi no. Solo divisioni, tenute insieme con la forza della retorica e dei prefetti. Se neppure una bandiera col leone di San Marco può sventolare in uno stadio (come è accaduto, ndr) e se Venezia è il pisciatoio di mezzo secolo di governi di nullafacenti, la colpa non sta a Pechino o su internet. E’ l’Italia il problema.

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