Le capitali: Milano, Roma e l’errore storico sul Corrierone

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MILANO 1848

di GIOVANNI POLLI

Per almeno tre decenni, il dibattito “Milano contro Roma” ha tenuto banco nei giornali e nell’immaginario dei cittadini dello Stato italiano. Capitale economica contro capitale politica, il fare contro il dire, il genio imprenditoriale contro la casta dei burocrati. Canzoni come “A voi Romani” e “Milano e Vincenzo” di Alberto Fortis sottolineavano la popolarità quando non la popolanità del tema, Milano era da bere e Roma – al limite – da visitare in una vacanza che più oziosa e viziosa non si sarebbe potuta.

Poi arrivò Roma capitale, la controriforma centralista con l’inizio dei governi dei non eletti, e la lupa ormai asfittica ritrovò la sua antica baldanza. Fino a Mafia capitale, a risprofondare la cosiddetta “Città eterna” nel ludibrio generale.

Dobbiamo fare un passo indietro quando Milano e Roma, erano guidate da due sindaci che avevano dato luogo ad un siparietto che, se non riguardasse le due città più importanti dello Stato italiano, non sarebbe sfigurato in una disputa tra quartieri nella povera e bistrattata proverbiale Roccacannuccia.

A riaccendere la tenzone, il non ricandidato primo cittadino milanese Giuliano Pisapia. Intervistato alla vigilia dell’allora Expo, Pisapia aveva ribadito proprio al Corrierone di considerare Milano la vera capitale d’Italia.
«Non è una mia opinione: lo dicono tutte le statistiche. Milano è prima per car e byke sharing, per co-working, per start-up», quantomeno facendo venire qualche dubbio linguistico se di Italia si tratti e non di un qualche Paese anglosassone. Ed aveva subito naturalmente proseguito con i temi a lui notoriamente cari, e altrettanto notoriamente al centro dei problemi della maggioranza dei cittadini: «Per i diritti: registro delle unioni civili, testamento biologico, fecondazione eterologa». L’unico vanto generalista da spendere e rivendicare?  «Per la raccolta differenziata è la prima in Europa. La ripresa parte da qui. Lo ripeto: Milano oggi è la vera capitale d’Italia. E sta tornando a essere la capitale morale» .

Ma il bello di tutta la vicenda doveva ancora arrivare, con la risposta del sindaco allora di Roma, Ignazio Marino. Sempre dalle colonne del Corriere, gli aveva voluto rispondere per le rime: «La competizione fra due grandi città è un fatto positivo. Sono tanto diverse fra loro, ma dalla loro diversità trovano forza e bellezza. Non siamo tutti uguali, e questo è un fatto positivo, l’importante è adoperarsi con lealtà per migliorarle. Poi, è chiaro che gli aspetti migliori di Milano si trovano nella capacità imprenditoriale mentre Roma è più attenta ai problemi culturali, artistici e turistici». Insomma, l’elogio dello sbadiglio, del luogo comune, del campanilismo d’accatto.

Tutto sarebbe passato pressoché sotto silenzio completo se il finale non fosse stato pirotecnico. Sì, ma di un’esplosione involontaria, incontrollata e semplicemente devastante: «Detto questo, comprendo e condivido l’orgoglio di Pisapia per la sua città, ma se dobbiamo andare a misurare il palloncino dell’orgoglio, allora, il nostro ha un diametro un po’ più grande», ha voluto strafare Marino prima dell’autoaffondamento completo: «Milano l’abbiamo fondata noi romani, e fra pochi giorni festeggeremo il nostro compleanno n° 2768».


Data l’enormità della dimostrazione di ignoranza storica completa e sesquipedale da parte del sindaco della capitale d’Italia, ci si sarebbe aspettati quantomeno un minimo di presa di distanza da parte dell’intervistatore del giornale di Milano per eccellenza. E invece nulla, non un mah, non un sospiro, non un moto di sorpresa, non un cenno di dubbio. E dire che fu proprio uno storico romano, Tito Livio, a spiegare chiaramente che a fondare Mediolanon fu Belloveso, fratello di Segoveso, nipote del re celtico Ambigato, il tutto intorno al 600 a.C.

E pazienza se al fondatore della celtica Milano è anche dedicata una piazza in zona Niguarda, e che la storia nelle scuole sia piuttosto avara di questo particolare tutt’altro che insignificante. Una gaffe storica (e non solo) di questo genere in altre epoche avrebbe provocato sommosse se non guerre tra città.

Senza certo voler arrivare a questo, da quel momento tutto è però rimasto in rigoroso silenzio. Non un rigo, non una precisazione, figurarsi le scuse. Ed ancora oggi siamo in attesa che si faccia notare lo scippo dell’origine della città. Roma ladrona? Sì, peraltro in un desolante silenzio collettivo, quando non in un clima di noncurante complicità, da parte degli stessi milanesi.

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