Pagliarini: Chiamatela Lega Sud per Salvini Premier. Poi non è questione di Nord o Sud ma di diventare federali

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di Stefania Piazzo – L’intervista a Umberto Bossi rilasciata al nostro quotidiano, in cui il Senatur rilancia la questione settentrionale, idealmente e giornalisticamente nei giorni in cui proprio la questione settentrionale appare nei fondi di apertura di Massimo Cacciari e del direttore de La Stampa, Massimo Giannini, sul quotidiano torinese, conferma che la politica sul Nord torna ad essere baricentro del dibattito. E non è solo Gianni Fava, a replicare all’Adnkronos al richiamo del fondatore della Lega lanciato su queste pagine.

Giancarlo Pagliarini va subito al dunque.

Allora, Pagliarini, cosa ne pensa delle analisi di Bossi, e in particolare l’invito del Nord a muoversi?

“Ma senti, io dico: chiamiamola Lega Sud per Salvini premier, che si fa prima a intendersi”.

Allora occorre fare qualcosa di più o di meno per il Sud o per il Nord?

“No. Il punto è un altro. Il problema è gestire in modo razionale il sistema paese. E lo puoi fare solo con un sistema federale. Tenendo presente di non dire cavolate come il mantra decennale tipo “Salviamo l’Alitalia”. Perché non si vola con le bandiere, si vola con gli aeroplani. Poi che l’azionista dell’aeroplano su cui io volo sia italiano o tedesco non mi interessa. Importante è che sia efficiente e puntuale. Questo è un problema grossissimo di Salvini perché quando parla di questi temi è meglio che stia zitto. Se vuole dirne una giusta dovrebbe dire: facciamo in modo che le nostre imprese siano sempre più competitive”.

Pagliarini, la Lega attraverso un suo europarlamentare, ha chiesto che il recovery fund andasse tutto al Sud. Come economista, condivide?

“Il recovery fund deve andare dove ce n’è bisogno. Se abbiamo aziende che funzionano bene in Lombardia e in Veneto, perché non dobbiamo fare in modo che funzionino sempre di più e sempre meglio vista la crisi? O le dobbiamo segare? Se riprendono fiato investono e ne ha un beneficio tutto il paese. Vorrei ricordare qui lo splendido libro di Kenichi Ohmae “La fine dello Stato-nazione” (1994). Afferma che “I governi nazionali tendono tuttora a considerare le differenze tra regione e regione in termini
di tasso o modello di crescita come problemi destabilizzanti che occorre risolvere , anziché come opportunità da sfruttare.
Non si preoccupano di come fare per aiutare le aree più fiorenti a progredire ulteriormente , bensì pensano a come spillarne denaro per finanziare il minimo civile.
Si domandano se le politiche che hanno adottato siano le più adatte per controllare aggregazioni di attività economiche che seguono percorsi di crescita profondamente diversi .
E si preoccupano di proteggere quelle attività contro gli effetti “deformanti” prodotti dalla circolazione di informazioni, capitali e competenze al di là dei confini nazionali.
In realtà non sono queste le cose di cui ci si deve preoccupare.
Concentrarsi unicamente su questi aspetti significa mirare soprattutto al mantenimento del controllo centrale, anche a costo di far colare a picco l’intero paese, anziché adoperarsi per permettere alle singole regioni di svilupparsi e, così facendo, di fornire l’energia, lo stimolo e il sostegno per coinvolgere anche le altre zone nel processo di crescita”.

Ci sarà un Nord che tornerà a riprendersi la ribalta politica oppure sono solo enunciazioni di principio quelle di Bossi o di altri?

“Qui non si tratta di identità del Nord ma di riorganizzazione dell’organizzazione del sistema Paese, ovvero la Costituzione. Quando un’azienda va male vuol dire che è organizzata male. Cambiare i dirigenti senza cambiare l’organizzazione è assolutamente inutile. Se l’Italia quindi non funziona perché ha una Costituzione che ha generato questo caos, cambiare quelli che sono al governo senza cambiare la Costituzione non serve a nulla. E’ necessario cambiare l’organizzazione del sistema. La Costituzione non può più essere ipercentralista ma deve essere federale. Nel federalismo c’è sempre concorrenza e la concorrenza genera sempre efficienza”.

Il modello svizzero, in altre parole, come alternativa al paese duale Nord-Sud?

“I cantoni svizzeri si fanno concorrenza fiscale, i cantoni dicono alle imprese “venite da noi che pagate meno tasse”, ad esempio… E se amministrano bene e hanno fisco giusto, vado lì. Se invece il Paese resta organizzato in modo così centrale, non ne vieni fuori”.

La Stampa in questi giorni ha pubblicato diversi servizi, da Cacciari al direttore Giannini, più un intervento del governatore del Pd, Bonaccini, che rilanciano in modo inaspettato e corale la questione settentrionale. La stupisce Pagliarini?

“Siamo alla caccia al voto, è campagna elettorale, Ma mai dire mai. Però dobbiamo prendere atto che al governo non c’è nessuno che rappresenti il Nord. Se nessuno li spinge a guardare anche a Nord dove possono spendere le risorse se non nel Mezzogiorno? Ma la questione non è “fare qualcosa per il Nord”, il punto lo ribadisco è cambiare l’organizzazione del Paese”.

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