Gli errori di Renzi. Credeva di essere Macron ma è ancora migliore dei suoi avversari

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di Giovanni Cominelli – Molti amici o simpatizzanti o antipatizzanti di Renzi, ogni volta che arriviamo ad un crocevia con i semafori in tilt, nel quale Renzi si metta a dirigere il traffico, si chiedono dubitosi se si produrrà un gigantesco ingorgo o se, invece, il traffico riprenderà ordinato. Sono i dubbi di questi giorni. L’interrogazione si allarga a mo’ di bilancio sull’intera traiettoria di Matteo Renzi.
Parliamo, dunque, degli “errori di Renzi”. Distinguerei tra gli errori strategici e quelli tattici.

Alla serie degli errori strategici, dovuti a cultura politica insufficientemente liberale, appartengono:

1. Le modalità di gestione della cosiddetta “rottamazione” del vecchio gruppo dirigente.
Il lemma e il concetto erano decisamente populisti. L’azione ha avuto una pars destruens, ma è quasi del tutto mancata la pars construens sia di un nuovo gruppo dirigente sia di una nuova struttura del partito. Perciò Renzi è stato anche incapace di “recuperare” i perdenti e di rifunzionalizzarli, infilando al loro posto degli incompetenti, che poi lo hanno mollato. “Il recupero” è stato sempre fatto nei partiti della Prima repubblica, nella DC, nel PCI, nel PSI di Craxi… e da chiunque volesse consolidare una nuova leadership. Per vincere non bisogna stravincere!

Renzi ha praticato un concezione leaderistica della leadership. Ha imbarcato un sacco di giovanotti senza arte né parte, che avendo robusti appetiti di potere, ma non disponendo di una cultura politica consolidata, hanno messo le mani sul partito e poi sono scesi dal tram, alleati con i vecchi manovrieri di ogni stagione. Il caso del partito “renziano” (sic!) di Milano è eclatante.

2. La rottura del Patto del Nazareno.
In occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica, Berlusconi si è presentato da Renzi con la proposta di Giuliano Amato, avendola concordata con D’Alema. Renzi ha temuto un complotto e contro-proposto Mattarella, il personaggio più antiberlusconiano possibile. Con ciò il Patto è stato rotto e l’unità interna del PD è comunque durata solo una settimana, dopo l’elezione di Mattarella. Quando Renzi ha lanciato il referendum costituzionale e insieme la nuova legge elettorale maggioritaria, avendo ottenuto alle europee il 41%, Berlusconi ha reagito come fece già al tempo della Bicamerale, facendo saltare il tavolo.

Appartengono alla serie degli errori “tattici”:

1. La gestione del referendum costituzionale.
L’essersi Renzi intestato il referendum, lo ha trasformato da questione istituzionale in questione politica. Berlusconi si è tirato dietro tutti gli altri, compreso Salvini, che all’epoca era favorevole ad una torsione presidenzialistica. L’aver promesso di ritirarsi dalla politica, qualora avesse perso la partita, lo ha danneggiato durante e, naturalmente, dopo. La reputazione è una faccenda seria! Avendo trasformato il referendum istituzionale in referendum sul governo, si è dovuto dimettere. Lo stesso accadde a D’Alema nel 2000 per molto meno. Avendo politicizzato le elezioni amministrative e regionali, si è dovuto dimettere.

2. La gestione del partito, dopo la sconfitta.
Perso il governo, ha voluto perdere il partito, senza fare battaglia. Ha rifiutato di “scegliere” un successore e di appoggiarlo fino in fondo.

3. L’aver messo in piedi il Conte-bis è stato un altro errore drammatico. Quando cade la maggioranza, cade il governo e si va al voto! Errore, in primo luogo, di Mattarella. Ma qui abbiamo a che fare con l’antica cultura democristiana, condivisa anche da Renzi, a quanto pare! Inutile lamentarsi del trasformismo di Conte, oggi. Quello di oggi è la conseguenza di quello di ieri.

4. È uscito dal PD, convinto di essere Macron. Ma il grosso del gruppo dirigente renziano non lo ha seguito: né Gentiloni, né Del Rio, né Guerini, né Marcucci ,né Lotti, né Tonini ecc… ecc….
Perché accadesse, doveva prima discutere con loro e conquistarseli. Sennò, doveva rimanere dentro e dare battaglia. Il risultato: il PD è ora ridotto ad un’ameba dorotea, senza cultura politica identificabile, e la corrente di Base sedicente riformista è più vuota di idee di un peperone ed è la più accanita contro Renzi. Alcuni di loro fanno penosamente i neo-catecumeni antirenziani e i mazzieri di Renzi, ogni volta che compaiono in televisione, recitando slogan a raffica in una campagna di massa sull’incomprensibilità della crisi. Quando, a seguito della politica di Conte, gli Italiani si accorgeranno nel 2021 che la crisi scatenata da Renzi era necessaria – altro che incomprensibile! – questi turiferari di Conte la pagheranno amaramente nelle urne, senza essersi peraltro rilegittimati all’interno del PD.

E Italia viva? Ha delle ottime idee di governo, ma ha una struttura organizzativa a metà tra i Testimoni di Geova e la Curva dell’Atalanta. Italia Viva riflette la cultura del partito che Renzi ha praticato, quand’era segretario del PD. Perciò non cresce. Il centralismo carismatico non porta lontano. Non basta avere buone idee, occorre organizzare le forze. Il che può avvenire se si persuade, se si discute, se si ascolta, se si fa formazione. Anche in IV la cosiddetta “base” conta come il due di picche.ù


Non ho ancora sentito in questi anni una riflessione autocritica seria e sincera da parte di Renzi. Si tratta di un processo doloroso e difficile. Ma se vuole ricostruire una reputazione, deve partire di lì. Una leadership si costruisce così. Continuo a considerarlo il miglior politico di questi anni e il suo governo il migliore di questi ultimi vent’anni. È un peccato sprecare questo patrimonio.

Per gentile concessione dell’autore, fonte Libertà eguale

Giovanni Cominelli laureato in filosofia con Enzo Paci. Consigliere comunale a Milano nel 1980 per il Pdup, consigliere regionale dal 1981 al 1990 per il Pci. Dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Cdo dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Collabora a Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative sul Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009)

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