Caso Formigoni, condanne e vitalizi: 5Stelle chiedono di impugnare ricorso vinto in Senato

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 Il caso di Roberto Formigoni, ex presidente della Lombardia ed ex senatore – che ha vinto in Senato il ricorso per riavere la pensione, dopo una condanna in via definitiva – fa da apripista e mette, almeno per ora, la parola fine alla querelle su un altro ex eletto a Palazzo Madama, Ottaviano Del Turco. Il consiglio di presidenza ha, infatti, preso atto che la sentenza Formigoni emessa dalla commissione Contenziosa – vero e proprio giudice speciale – e’ erga omnes e, dunque, il vitalizio, gia’ decurtato, all’ex esponente del Psi dovra’ continuare ad essere erogato. Ma il Movimento 5 stelle si mette ‘di traverso’ e chiede che il Senato impugni la decisione di fronte al Consiglio di garanzia. Un passaggio che solo il segretario generale di palazzo Madama puo’ formalmente fare: la richiesta dei 5 Stelle “rivolta alla Presidente Casellati di promuovere un ricorso alla sentenza”, dice, infatti, il senatore Francesco Giro (FI), “e’ impropria perche’ solo il vertice della stessa amministrazione, nella persona del Segretario Generale, puo’ impugnare il provvedimento in piena autonomia, sentita l’Avvocatura dello Stato”.

“Personalmente non credo” si possano “invocare i presupposti di autotutela del Senato rispetto ad una sentenza giuridicamente ineccepibile – prosegue Giro – Ricorsi temerari vanno assolutamente evitati”. In Consiglio di presidenza, spiega, “ci si e’ limitati a prendere atto di una sentenza emessa dalla cosiddetta Commissione contenziosa, l’organo giurisdizionale di primo grado del Senato, che accogliendo il ricorso dell’ex senatore Formigoni ha decretato la morte della delibera Grasso del 2015”. Quella con cui si “revocava il vitalizio ai condannati in via definitiva”. Gli effetti della nuova pronuncia “valgono erga omnes, per tutti, per Formigoni ma anche per Del Turco”, nota. La commissione Contenziosa si e’ riunita martedi’ e nella serata di mercoledi’ sono state depositate le motivazioni che spiegano perche’ Formigoni ha ragione.

“In sostanza le Sezioni Unite della Cassazione hanno riconosciuto all’assegno vitalizio la natura giuridica di certa misura previdenziale, anzi specificata in modo non dissimile dalla pensione”, premette la commissione. Una volta cosi’ definitivamente chiarita “la natura giuridica della pensione dei parlamentari, ne consegue – ai fini della valutazione della fattispecie concreta de qua – la necessaria considerazione della giurisprudenza costituzionale, che ha ritenuto non conforme a Costituzione la perdita degli stipendi, delle pensioni e degli assegni di altra natura, a carico dello Stato o di altro ente pubblico, per effetto di condanna penale che comporti interdizione dai pubblici uffici”, si legge ancora nel testo che richiama la sentenza n. 3 del 1966 e la sentenza n. 78 del 1967 di analogo contenuto. Non solo, attualmente e’ in vigenza “l’articolo 18-bis, del decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, convertito in legge con modificazioni dalla legge 28 marzo 2019, n. 26 E’ la legge che introduce il Reddito di cittadinanza e che “ha previsto la sospensione dei trattamenti previdenziali solo e unicamente per i soggetti condannati a pena detentiva con sentenza passata in giudicato” per “reati gravissimi quali terrorismo, associazione di stampo mafioso et similia, del tutto anodini con riguardo alla vicenda che ne occupa”, si legge in sentenza. Inoltre, la normativa del 2019 “prevede anche la sospensione dei trattamenti previdenziali ai soggetti condannati definitivamente a pena detentiva per ogni altro delitto per il quale sia stata erogata, in via definitiva, una pena non inferiore ai due anni di reclusione, ma solo nel caso in cui si siano volontariamente sottratti all’esecuzione della pena. Nel caso di specie tuttavia la situazione del ricorrente non e’ in alcun modo sussumibile alle circostanze previste dalla norma ora citata”, si legge ancora. (

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