Il consenso in calo, il silenzio di Giorgetti. Chi sta male? Facciamo il “tampone” in casa Lega

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di Nespolina – La crisi della Lega, perché tutto si può dire tranne che non vi sia qualche problema nella leadership di Matteo Salvini, non ha solo la sua cartina di tornasole nelle intenzioni di voto che non sembrano premiare più come prima le gesta del Capitano. Da quando non c’è più la gran cassa di risonanza degli sbarchi, infatti il fu Carroccio è arrivato al 26.1%. Sempre tanto, ma non è più oltre la soglia del 30% che poteva permettersi di zittire qualsiasi dissidente.

Ebbene, la prova del nove della crisi si è consumata non a Roma, non in via Bellerio, non a Venezia, ma a Strasburgo. Neppure al Papeete, anche se è una pietra miliare della strategia di corto cabotaggio del Capitano.

E’ il 17 aprile la data incriminata ed è lì, in Europa, che gli eurodeputati leghisti votano contro gli eurobond. Fratelli d’Italia invece vota a favore.

Di che si tratta? Semplice, di una mozione, poi comunque passata, in cui in caso di applicazione di questi strumenti, tutti i 27 Stati membri rispondono in solido del prestito.

Germania e Olanda, noti antisovranisti, votano contro. I sovranisti salviniani votano come la Merkel.

Ha sbagliato la cancelliera tedesca o Salvini? Chi dei due ha sbagliato? La Germania fa questo ragionamento: davanti a 50 miliardi cash che può prendersi Conte, se poi l’Italia non ha i mezzi per restituirli, tocca anche a noi in solido pagare. Ragionamento che fila. Ma perché, come partito che dice di avere a cuore le sorti dell’Italia, la Lega li respinge? Prima non vengono gli italiani?

Prima viene il nemico, che è Conte. La risposta, infatti, è che forse con 50 miliardi di euro in mano da distribuire agli italiani affamati, il premier Conte vincerebbe in carrozza le prossime elezioni. E’ andata così, senatore Salvini?

La partita economica è davvero “il tampone” che in casa Lega evidenzia gli strappi, le tensioni interne. Fateci caso. Giancarlo Giorgetti, eccelsa mente del Carroccio, tace da tre mesi. E forse anche più.

Giorgetti ha ancora potere di indirizzo economico dentro la Lega? Uno dei parlamentari più vicini all’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, come Massimo Garavaglia, prima della fine dell’anno si era pronunciato a favore degli eurobond. Possibile che in pochi mesi una strategia economica possa essere rinnegata e sovvertita così senza chiedere permesso?

Giorgetti aveva suggerito a Salvini, forte anche delle pressioni del gruppo leghista, di strappare, di staccare la spina al governo gialloverde. Ma serviva almeno un casus belli. Invece Matteo senza avvisarlo – è andata così? – al Papeete ha deciso che era ora di chiudere col governo. Passando poco tempo dopo per l’umiliante arringa del premier che gli sciorinava in aula un florilegio di non sei capace, non hai cultura, non hai rispetto per le istituzioni e figuredacioccolatino cantando.

Di economia parlano esponenti che hanno sei mesi di esperienza politica in parlamento. E viene da dire, si vede. Giorgetti è fuori dai giochi.

Il restante mondo dei colonnelli o ex colonnelli, ruota attorno ai nomi che conosciamo. C’è tutta la fascia degli ex maroniani che guardano con attenzione al calo di consenso, non più così granitico ed eterno, del Capitano. Il buon Giorgetti poi non ha più quel potere di indirizzo che prima esercitava… insomma, non è tutto rosa e fiori.

E gli altri? Sperano nell’indipendenza dell’avvenire. Da Gianni Fava a Gianluca Pini, barbaro sognante, ad altri della guardia maroniana, estromessa da ruoli decisionali.

Un altro bravissimo, Massimiliano Fedriga, uno che poteva studiare da ministro, è stato mandato a Trieste a fare il governatore del Friuli. Lontano da Roma e dalla Lega capitolina. Fuori un altro, insomma.

E Maurizio Fugatti? Da sottosegretario alla Salute del governo gialloverde a presidente della Provincia di Trento. Da Roma ai monti. Via un altro dal potere capitolino.

Che ruolo gioca il governatore Luca Zaia? Nessuno, viene da dire. Non scenderà mai in un campo di battaglia per fare le scarpe a qualcuno. Non sceglierà mai uno scontro diretto e frontale.

Solo Roberto Maroni lo fece. Lo fece con Umberto Bossi, dicendo apertamente che stava sbagliando, che doveva mettersi da parte. Maroni usò tutti i mezzi visibili e intravedibili che la politica gli metteva a disposizione. Fece una azione di “guerra” alla vecchia classe dirigente e lo fece apertamente, senza remore.

Non ci vediamo Luca Zaia dire apertamente a Salvini: stai sbagliando. E’ un democristianstyle che rientra nella strategia di un uomo che ha successo e può fare cappotto alle prossime elezioni regionali. Che Maroni abbia detto: come lo vedrei bene Luca a fare il premier un giorno, è senz’altro affermato con convinzione dall’ex ministro dell’Interno, ma è anche una bordata che soffia sul fuoco di una leadership salviniana che dà segni di stanchezza e di malessere interno.

Non dimentichiamo che Maroni aveva un delfino, che si chiamava Flavio Tosi. Era il suo front man. Lo lanciò per la corsa a premier nel settembre 2013 nelle primarie del centrodestra. A lui la leadership, a Matteo il partito. Ad ottobre 2013 si tenne al Palabam di Mantova la convention della Fondazione “Ricostruiamo il Paese”. Poi Tosi allentò e venne proposto da Maroni alla guida della segreteria federale. Lasciò la corsa del centrodestra per il partito. Ma dovette lasciare anche questo podio.

Alla segreteria andrò diritto Matteo Salvini. Che fine hanno fatto fare poi a Tosi è noto. Ritenuto incompatibile lui e la sua fondazione con la Lega, l’ex aspirante premier e aspirante segretario leghista, maroniano, fu fatto fuori.

E torniamo a noi, alla Lega che non vota gli eurobond. Che non vuole dare a Conte 50 miliardi di vantaggio elettorale. Esiste un punto di rottura interno dentro la Lega con le acque agitate?

Il punto di rottura non sarà sulla linea politica perché, spiace dirlo, non c’è più un’idea di partito nella Lega di Salvini. E’ una macchina che costruisce consenso, non è la Lega degli ideali di Bossi, delle origini. E’ una Lega che avrà la sua resa dei conti sui voti, sulle percentuali di consenso.

La Lega di Bossi stava con D’Alema ma anche con Berlusconi, alla fine prendeva il caffè con Fini. Ma una cosa univa tutti, in quel partito, dalla primordiale secessione alla devolution o qualsiasi cosa indicasse l’allora leader come strada. Tutti erano d’accordo su una cosa: essere contro Roma. In qualunque momento quel “via da Roma” era un pezzo di dna tracciabile in tutta la base e la dirigenza leghista.

Ora basta avere qualcuno che garantisce i voti. Se non li garantisce più, parte la corsa alla successione. Per gli ideali c’è tempo.

Salvini ascolterà chi è per un governo di unità nazionale? Se entra, si deve assumere la responsabilità di governare sul serio. Magari più di prima, prima delle dimissioni dando per scontato che si sarebbe andati al voto. La plastica caduta di agosto, la mozione di sfiducia non presentata al governo, il tira e molla con Di Maio proponendolo premier pur di rientrare in pista… Mosse da dilettanti allo sbaraglio. Governare è una cosa seria. Il primo accessorio è avere un progetto. Il secondo è la cultura politica. Il terzo, l’umiltà.

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