E se tutte le Regioni fossero a Statuto Speciale, concorrenziali tra loro?

6 Febbraio 2023
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di Giorgio Bargna – I territori di una Nazione concorrono anche a identificare come uno e molteplice lo Stato-nazione, e così a sfatare l’ingenua visione del carattere monolitico e omogeneo dello Stato-nazione e dell’identità nazionale: i cittadini, le collettività, i territori che convivono in una medesima comunità politica nazionale portano a quest’ultima ciascuno un proprio bagaglio di storia, cultura e memorie, di pratiche e tradizioni normative, di modelli sociali e istituzionali, di questioni aperte e di sfide politiche, di situazioni socioeconomiche, e di contributi all’erario.
Nel dopoguerra l’istituto regionale, per quanto fragile, era sorto per rispondere soprattutto alla non banale varietà socioeconomica del Paese. A quel tempo però ci si limitò semplicemente, tra il 1946 e il 1963, alla costituzione delle così dette regioni a statuto speciale: Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Sardegna, Sicilia.


Le regioni che ottennero l’autonomia speciale furono quelle che riuscirono a far valere ‘al momento giusto’ la loro vicenda storica e i problemi di cui esse sono portatrici nei confronti di uno Stato-nazione. Entrarono così in gioco il carattere plurietnico-linguistico, la collocazione geopolitica periferica presso delicati e contestati confini internazionali, la tradizione insulare contrapposta al continente, l’espressione storica di tendenze separatistiche, i nodi irrisolti nel senso di appartenenza nazionale o nel riconoscimento dell’autorità dello Stato centrale. Il pericolo che l’Italia, Stato ancora fragile, potesse perdere parti del proprio territorio in un momento di tensioni internazionali alla fine della Seconda guerra mondiale.


Dal 1948 comunque si intendeva costituire concrete funzioni regionali, per più di un ventennio, il dettato costituzionale in questa materia era stato disatteso per varie ragioni, soprattutto di opportunità politica della Democrazia Cristiana, che durante la fase Costituente aveva sostenuto il decentramento regionale e la nascita delle regioni italiane ma in seguito aveva abbandonato tale posizione per il timore di sancire l’egemonia delle sinistre in alcune aree del Paese. Nel 1968, con l’approvazione della legge elettorale n. 108 del 17 febbraio, si avviò concretamente la costituzione delle Regioni a statuto ordinario
Perché tutto questo ritardo?


Anche e soprattutto per ragioni politiche. Erano i tempi del dominio democristiano e c’era la previsione, poi rivelatasi fondata, che alcune Regioni sarebbero finite nella disponibilità dei partiti di sinistra, e per questo motivo i governi di allora cercarono di posticiparne il più possibile l’istituzione, anche se questo impegno compariva regolarmente nei loro programmi. A questo fattore politico va aggiunto il peso delle ambizioni centralistiche delle amministrazioni romane che vedevano come il fumo negli occhi la nascita delle Regioni.


Si visse un periodo molto interessante nella stesura degli statuti regionali, tra il 1970 e il 1975, dove magari ogni Regione ha lavorato un po’ per conto suo, ma in alcuni casi si sono realizzate delle piccole operazioni costituenti attraverso l’incontro tra la tradizione politica cattolica, che era storicamente regionalista e quella comunista, che regionalista era diventata per evidenti motivi politici.
Però in sostanza si può anche affermare che le Regioni a statuto ordinario sono state entrate nella Costituzione anche perché dovevano essere sostenute quelle a statuto speciale.
Politicamente però ai partiti ha fatto comodo l’istituzione delle Regioni.


Le Regioni hanno avuto, per così dire, un grande successo. La classe politica ha scoperto che si aprivano nuovi spazi soprattutto per i partiti esclusi dal governo centrale. Per essi si presentava anche l’occasione di dimostrare di avere una capacità di governo non solo in ambito municipale. Ma tutti i partiti si resero conto che con le Regioni si allargava la possibilità di distribuire dividendi politici.


Negli anni, sotto la spinta indipendentista del Nord i partiti hanno cercato di procastinare surrogati di autonomia.
Sono state disegnate in modo probabilmente confuso le competenze dello Stato e delle Regioni, soprattutto nelle materie in cui è stata prevista una sorta di co-gestione. Le Regioni, poi, sono diventate dei percettori di finanziamenti statali a piè di lista e di fatto non ne rispondono perché i cittadini continuano a individuare soprattutto nello Stato il responsabile di tutto. Allo stesso tempo non si è tenuto conto in modo adeguato delle differenze oggettive, basti pensare al costo della vita, che in certi settori motiverebbero una diversa articolazione su base territoriale.


Poi l’introduzione dell’elezione diretta dei “governatori” ha attribuito loro una legittimazione più forte rispetto a quella di un governo centrale che non viene scelto direttamente dai cittadini. A fronte di questa diagnosi la terapia sarebbe quindi l’introduzione dell’elezione diretta dell’esecutivo ma anche di un Senato delle Regioni, serio, decisionale, svincolato completamente dalla Camere dei Deputati, con funzioni diametralmente diverse.


Oggi ormai è chiaro a tutti che le paure del dopoguerra sono scemate e che i vari territori, malgrado gli anni, hanno mantenuto le proprie peculiarietà. Chi oggi rifiuta l’istituzione di altre 15 Regioni a Statuto Autonomo lo fa semplicemente per difendere i propri interessi politici e/o socioeconomici, che possono essere di tipo elettorale e di spartizione economica, per quanto riguarda i partiti, ed ad esempio, di difesa di un lavoro di tipo statale o dei maggiori introiti fiscali in alcune regioni, a fronte di una pressione fiscale che determina un pagamento di tasse in forma minore a confronto di regioni più sviluppate.
E’ maturo il tempo della nascita di una Nazione basata su tutte Regioni a Statuto Speciale, concorrenziali tra loro e stimolative alla crescita di ognuna di loro.

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