Renzi-Calenda, Centro e Nord possono essere insieme la svolta?

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di Sergio Bianchini – Ho vissuto personalmente, con continuità lungo tutto il suo sviluppo, il profondo cambiamento avvenuto nell’Italia centrale negli ultimi 50 anni.

Sono nato vicino a Brescia subito dopo la guerra. Mio padre era marchigiano e proprio nel ‘44 si sposò a Brescia dove era in servizio militare.

Ma fin da bambino passavo una parte delle vacanze dai nonni, in un casolare di campagna vicino a Camerino che ho sempre amato e dove ho trascorso e trascorro quasi tutto il tempo libero.

Ricordo perfettamente che fino al termine degli anni ’60 quella regione non evidenziava alcun sentimento filomeridionalista. Anzi, il nord (io allora non avevo idea delle tre Italie) era ben visto e così l’ospite proveniente da “sopra” era sempre oggetto di curiosità e di simpatia.

Verso il “sotto” invece c’era una certa prudenza, sempre comunque temperata dallo spirito bonario francescano che aleggia in tutto il centro Italia, specialmente Umbria e Marche.

Ebbene, a partire dall’inizio degli anni settanta l’atmosfera cambiò. Anche miei storici amici cominciarono a parlare di “voi del nord” con toni di critica che solo oggi comprendo perfettamente.

Ebbene, proprio in quegli anni il Partito Comunista, egemone da decenni nell’Italia centrale abbandonò la strategia Proletaria, con le dimissioni del segretario piemontese Luigi Longo e l’avvento della nuova classe dirigente con Napolitano e Berlinguer in testa.

L’enorme svolta del compromesso storico con la nascita del terrorismo “proletario” al nord in realtà produsse il nuovo blocco storico, formato dall’alleanza del centro con il sud. Il sud rapidissimamente si adeguò all’ideologia cattocomunista. Insieme centro e sud sorretti dalla grande industria piemontese e dalla nuova chiesa cattolica si appropriarono dello stato e generarono lo stato sociale assistenziale che ancora oggi conosciamo.

Per alcuni decenni il centro sud progredì visibilmente ed io ogni anno vedevo un costante miglioramento del tenore di vita nella terra dei “nonni” dove il divario col nord si rovesciò. Fino a 10 anni fa il centro ha continuato a crescere mentre il nord è ormai fermo da 30 anni.

Ma lo stato assistenziale antinordista ha ormai i giorni contati, sotto il peso dell’estenuante debito pubblico e di pratiche “regaliste” che non si possono più reggere. I soldi sono finiti, il debito statale cresce, la produttività della gallina dalle uova d’oro (il nord) è crollata.

Di questo nel centro Italia moltissimi si sono resi conto e alcuni perfino nel sud.

Il primo a trarre conclusioni politiche è stato il toscano Renzi che da segretario PD ruppe col meridionalismo e la sua ideologia pagando però un prezzo micidiale di cui è caricato ancora oggi.

In seguito venne Calenda, romano, che ha sposato il pragmatismo e l’efficientismo dichiarando che bisogna smettere col destra sinistra. Anche se adesso sembra ricaduto in quella logica.

Ma la sostanza è che il centro Italia ribolle e il nord non dovrebbe trascurare questa realtà in fortissima dinamica. Il nord dovrebbe parlare sia con Renzi che con Calenda, liberandoli dalla solitudine e favorendo un loro protagonismo in vista di una alleanza stretta Nord Centro necessaria per il rilancio del paese intero.

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