Nord sempre a testa bassa per produrre residuo fiscale per gli altri?

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di Riccardo Pozzi* – Stop. Riavvolgiamo il nastro. Quest’irreale e drammatica emergenza sanitaria può essere, nostro malgrado, la sorgente di qualche riflessione a bocce ferme. Anzi, immobili.
Per anni trenta ci siamo raccontati che non poteva reggere una nazione dove tre regioni tirano il carro per le restanti, per tanto tempo abbiamo sopportato, provando a parlare di responsabilità dei territori, di giustizia interregionale, di federalismo ragionevole. Poi tutto è terminato nell’ovvietà delle ragioni economiche.

Nessuna giustizia territoriale è possibile senza che questa nazione ceda sotto il peso dei propri squilibrati conti economici. Il federalismo responsabile è solo uno slogan.
Infatti tutto è finito. Il movimento politico nato per imporre la questione settentrionale è diventato un ossimoro di sé stesso. Si chiama Lega ma non si sa di cosa, mette Alberto da Giussano sulla giacca ma non lo conosce nemmeno, si erge difensore di una nazione che si proponeva di federare.

Ora questa nazione, con tutte le sue contraddizioni economiche e politiche, affronta una difficoltà di grandi proporzioni. Ma è proprio nelle difficoltà che la realtà diventa più chiara.
Il rancore della signora che, sull’isola di Ischia, inveiva contro i pullman lombardi mossa dalla comprensibile paura del virus ma anche da altro; il fiume di gente che, poche ore prima di dichiarare Milano zona rossa, si riversava sui treni diretti al sud in completa assenza di responsabilità civile; l’immagine di un’infermiera lombarda, la cui sanità ha sopportato i maggiori tagli nonostante i migliori conti, che dorme sfinita dai turni.

Questi flash resteranno nei nostri ricordi post covid-19 oppure verranno ancora una volta diluiti nel grande racconto della solidarietà nazionale? La grave situazione sanitaria lascerà il segno nella memoria delle tre regioni motore oppure, finito l’uragano, ricominceranno a testa bassa nel produrre residui fiscali da distribuire in tutta Italia?


Riavvolgiamo con calma e razionalità il nastro dei nostri ultimi decenni e chiediamoci, con spietato realismo, se il nostro futuro può essere immaginato uguale al nostro passato.

Se il motore della nazione vuole più libertà dovrà pagarla, non arriverà per referendum, per riforme costituzionali, per volontà parlamentare di qualche movimento.


No. La libertà ha un costo e, se il post-pandemia lascerà le regioni motore col fiato corto, queste non avranno più la forza di pagare quel costo ma sarà l’intero palazzo ad implodere per cedimento delle fondamenta.
Il game sarà over, anche per il nuovo leghismo nazionalista. Perciò chi sente di aver trascorso gran parte della propria vita lavorando per mantenere un proprio connazionale nullafacente deve sapere che il prezzo della libertà si paga sulla propria carne viva e non col modello unico o una scheda elettorale.
E’ più civile disubbidire a un’ingiustizia che obbedire a una inciviltà.

Photo by Melissa Walker

Riccardo Pozzi*, lettore quotidiano lanuovapadania.it

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