Con la nostra sovranità alimentare li possiamo ancora “aiutare a casa loro”? Non credo proprio

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di Luigi Negri – Sono decenni che la destra sventola sul ponte di comando lo slogan “aiutiamoli a casa loro”. Aiutarli a casa loro, creare le condizioni perché ciò accada è qualcosa di concreto che già altri però fanno da una vita. Penso all’eroismo di certi missionari e missionarie, al volontariato organizzato, strutturato, che sui territori interviene per creare condizioni minime di benessere. Penso, ancora, a strutture che promuovono dall’Italia all’estero, la promozione di prodotti di qualità a difesa delle identità dei territori e dello sviluppo sociale di quei popoli, perché l’emancipazione passa da qui.

Ma se le popolazioni in via di sviluppo iniziano a camminare con le proprie gambe ed esportano nel mondo cosiddetto “civilizzato” il frutto del loro lavoro, che facciamo? Rispondiamo con la nostra sovranità alimentare?

E infatti, saputo dell’istituzione del “Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare” mi sono lasciato andare a una leggera battuta: “significa che non potremo più mangiare salmone e banane né bere tè e caffè?”

Apriti cielo: si sono scatenati stuoli di interpreti del pensiero autentico del governo, accanite vestali del sacro prodotto italico.

“Sciure” letteralmente scandalizzate e inorridite nel trovare sugli scaffali de supermercato fagiolini verdi provenienti dal Marocco (peraltro ottimi) o meloni senegalesi (idem) e incenerire con lo sguardo gli ignari mariti che incautamente si erano avvicinati a quei prodotti urlando loro: “nella mia cucina solo prodotti italiani!”.

Peccato che le medesime persone di ritorno da viaggi all’estero, dove non si sono certo portate pasta e passata di pomodoro dall’Italia, si sperticano a celebrare l’incomparabile fragranza del riso thailandese Jasmine piuttosto che la straordinaria sapidità dell’oliva egiziana tofah.

Ottimi prodotti, ma da gustare esclusivamente all’estero, in Italia mai! Qui vige la regola ferrea del prodotto autarchico!

Peccato che “Sovranità alimentare” abbia un significato completamente diverso da quello che sostengono gli esegeti del melonianpensiero. Riporto quanto proprio nei giorni scorsi ha dichiarato Oscar Farinetti in un’intervista alla 7: “L’uso del termine sovranità alimentare nasce dal mondo slow food una decina di anni fa per difendere le nazioni africane che non hanno cibo a sufficienza e dare loro la speranza di arrivare a un minimo di autonomia alimentare…. abbiamo così realizzato oltre mille orti in Africa. In Italia, al contrario, siamo già in un regime di sovranità alimentare: produciamo più cibo di quanto ce ne serva”.

Per dirla con parole di Alberto Sordi: “Proprio tutto il contrario!”.

Da buon nipote di agricoltori e allevatori, con le radici profondamente ancorate nella mia bassa padana vorrei umilmente ricordare che un prodotto alimentare lo si giudica dalla qualità non dalla provenienza.

Oltre alla qualità c’è anche però il problema della sicurezza alimentare del prodotto e qui è giusto denunciare quei prodotti stranieri che non rispondono alle regole di genuinità e salubrità; purtroppo però le medesime regole non sono rispettate, a volte, anche da produttori italiani, citiamo i casi più recenti:

– le pizze Buitoni della linea Fraîch’Up contaminate da un ceppo patogeno di Escherichia coli che ha causato 50 ricoveri in ospedale e due morti, prima del ritiro del prodotto da tutto il mercato;

– la questione dei cioccolatini Kinder (gruppo Ferrero), legati a un focolaio che ha colpito 150 persone (quasi tutti bambini)

– le capesante al cadmio trovate a Foggia

– i cinghiali con presenza di sostanze radioattive trovati morti in Piemonte.

– il problema dell’olio di oliva di cui l’Italia è secondo produttore mondiale. In questi anni la mafia ha messo le mani su questo mercato agroalimentare ricavandone enormi profitti. Si miscela la clorofilla e il beta-carotene con olio di colza per farlo sembrare olio d’oliva oppure si mescolare l’olio d’oliva con olio di colza di scarsa qualità.

Vorrei poi ricordare, andando un po’ più indietro nel tempo, lo sciagurato caso del vino al metanolo che provocò lesioni personali molto gravi (cecità e danni neurologici) e, in 23 casi, la morte….. e questo era prodotto nella civilissima provincia di Cuneo non nel Maghreb!

Con questo non voglio assolutamente demonizzare il comparto agroalimentare italiano che presenta straordinari livelli di qualità ed eccellenza, desidero solo riportare il dibattito sui binari dell’obiettività che mal si concilia con il manicheismo autarchico.

C’è poi un’ultima considerazione tutta politica, come anticipato in apertura: le medesime forze parlamentari che oggi sostengono il principio della sovranità alimentare non sono forse le stesse che per arginare le “ondate migratorie” hanno sostenuto il principio “Aiutiamoli a casa loro”; “Insegniamo loro come si coltiva un terreno”; persino “Diamo loro una canna da pesca”?

Ecco: aiutiamoli a casa loro ma non comperiamo i loro prodotti! Non è forse come dare un implicito lasciapassare per l’immigrazione?

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