LE VERITA’ DIFFICILI 4 – La complessa storia del partigiano di “Bandiera rossa” morto in via Rasella

7 Aprile 2024
Lettura 8 min

di Roberto Gremmo – Diventato giornalista all’“Unità” romana, nel 1948 Il partigiano e ‘gappista’ Pasquale Balsamo ricordò che fra i ‘gappisti’ che parteciparono all’azione vi furono due feriti, uomini di cui non rivelò né allora né poi l’identità.
Oltre ad un ragazzino dilaniato dall’esplosione ed alla portinaia morta poi in ospedale, in quel frangente persero la vita il falegname trentatreenne Pasquale Di Marco di Civitella del Tronto deceduto il giorno seguente al San Giovanni e l’autista del questore, “un milite che stava accompagnando Caruso, proveniente dai locali della federazione repubblichina”.
Ma sul selciato di via Rasella restò senza vita anche l’operaio della società telefonica Antonio Chiaretti che apparteneva al gruppo clandestino di “Bandiera Rossa”.

Allo stesso movimento antifascista apparteneva il suo compagno di lavoro Enrico Pascucci arrestato dai tedeschi in quella strada nel rastrellamento seguito all’attentato e poi rilasciato ed un altro militante del “Movimento Comunista d’Italia”, il muratore Giovanni Tanzini, deportato a Dachau.

Almeno fino al 1996 Rosario Bentivegna non ha mai parlato del militante di “Bandiera Rossa” morto per l’esplosione e dei suoi compagni arrestati in via Rasella e solo a distanza di tanti anni ha affermato: “[n]on ho scritto una riga invece dei partigiani Chiaretti e Pascucci che probabilmente morirono [sic] in via Rasella dopo l’attentato in uno scontro a fuoco coi nazisti. Si comportarono come mi sarei comportato io se mi fossi scontrato con i tedeschi. Ma non ho mai avuto le prove di come andarono davvero i fatti”.
Non è certo per omertà che una persona onesta come Bentivegna tacque su quel morto scomodo ma probabilmente lo fece perché davvero non ne sapeva nulla.

Come non era a conoscenza delle vere ragioni che avevano portato ben tre militanti di “Bandiera Rossa” proprio nella strada dove era in corso una spettacolare e micidiale azione ‘gappista’.
Per anni abbiamo creduto che fossero stati attirati con l’inganno da uno o più provocatori in quella strada col pretesto d’una riunione per “appioppare” a “Bandiera Rossa” l’attentato, come continuò a ripeterci fino alla fine il compianto Orfeo Mucci, sempre convinto che i suoi compagni fossero caduti in un macchiavellico trabocchetto dei ‘togliattiani’.

Ad oggi, si può ipotizzare di pensare che essi fossero stati ‘arruolati’ sbrigativamente a dar manforte in qualche modo ai ‘gappisti’ citati da Bentivegna.
Deponendo il 29 settembre 1997 di fronte al magistrato, Bentivegna dichiarò chiaramente che “[c]on “Bandiera Rossa” c’erano marcati contrasti di carattere politico ma si collaborava sul piano militare”.
Gli steccati ideologici erano tutt’altro che alti ed impenetrabili e non mancavano rapporti più che fraterni fra militanti dei gruppi clandestini che si autoproclamavano ‘comunisti’ in Roma ‘città aperta’.

In un suo prezioso memoriale, un militante romano di lungo corso ha sinceramente ammesso che il confronto politico fra ‘stalinisti’ e ‘trotskisti’ era franco e leale, a dispetto delle scomuniche e delle invettive che partivano dai vertici ufficiali contro i dissidenti: “Un giorno avvicinai il compagno Mosciatti  e mi confidò che la sera ci sarebbe stata a casa sua una riunione a casa sua per formare una squadra di partigiani; detta riunione sarebbe stata presieduta dal figlio di Giacomo Matteotti ed era stata organizzata dal Movimento di Bandiera Rossa. Aggiunse che gli era stato assicurato che quella organizzazione possedeva anche dei carri armati.
Dato che lui era comunista, lo misi al corrente della nostra organizzazione Garibaldina, allora egli mi invitò a partecipare alla riunione.
La sera partecipai alla riunione che si teneva in Via Anicia n° 6, nel chiostro della chiesa della Madonna dell’Orto, nelle sale dove nel periodo del governo pontificio avevano sede le corporazioni mercantili; infatti sul sesto della porta stava scritto: “Fratelli pizzicaroli”.
 Ai sette o otto presenti parlò Matteotti che sollevò anche una polemica con i comunisti facendo capire che la vera lotta contro il fascismo poteva essere soltanto quella ispirata dal Movimento di Bandiera Rossa che era rivolto anche contro il governo di Badoglio. I comunisti invece collaboravano con questo governo e non davano perciò affidamento ai veri antifascisti.
Presi la parola io e ribattei le false tesi del Matteotti, chiarii le posizioni del Partito Comunista Italiano nei riguardi del Governo Badoglio e la politica unitaria adottata dal nostro partito: bisogna prima cacciare dall’Italia i nazifascisti, poi nella piena libertà democratica, il popolo italiano potrà decidere sia la questione istituzionale che l’aspetto politico che si vorrà dare alla nostra nazione.
 La riunione si chiuse con l’adesione di tutti i presenti alle formazioni Garibaldi e il figlio di Matteotti andò via contrariato e per nulla convinto di ciò che avevo detto”.

Il giovane Matteo Matteotti era stato in stretto contatto anche con Bentivegna che in un’intervista del 1996 aveva citato “Bandiera Rossa” come “[u]n gruppo numeroso ma poco disciplinato, che reclutava senza un’adeguata selezione. C’erano molti trozkisti, con i quali ho mantenuto i contatti anche dopo la mia adesione al Pci. Ottimi combattenti. Ma accanto a militanti come Felice Chilanti e Matteo Matteotti capitavano elementi come Salvarezza che dopo la liberazione fu arrestato per truffa assieme al Gobbo del Quarticciolo”.
   Tutto vero, ma manca qualcosa che in una lettera scrittaci nell’autunno del 1998 Matteo Matteotti teneva moltissimo a chiarire:

   “Caro Roberto,
[…] Quando ho letto il libro di Bentivegna “Achtung Banditen” volevo scrivergli che non ricordavo affatto quello che aveva scritto sull’incontro che avrebbe avuto con me e Noulian a casa di Umberto Salvarezza a Piazza Ragusa. Qui rimasi solo un giorno perchè Nenni avvertito a casa dall’avvocato De Luca dove mi trovavo che erano venuti due ufficiali della P.A.I. che avevano sequestrato alcune divise di quell’arma di cui Salvarezza faceva commercio, finendo in carcere per ricettazione e poi scarcerato.
    Volevo dire a Bentivegna che aveva detto il vero quando, smentendo i suoi compagni, affermò che non era vero che avevo rifiutato l’iscrizione al PCI perchè pretendevo un posto in Direzione e non avendolo dissi di no insieme a mio fratello al dirigente Di Lena tramite il socialista Terenghi, motivando il rifiuto perchè il PCI era nato nel ‘921 dalla adesione ai 21 punti di Mosca diventando uno strumento legato alla politica dell’U.R.S.S. come confermava il patto Ribbertrop-Molotov del 1939.
   Non per questo non potevo non sentirmi amico di militanti comunisti tra i quali Luciano Lusana […] Lasciando Bandiera Rossa perchè animata da un’ideologia un po’ confusionaria, aderii nel novembre del 1943 al PSI, nominato dall’esecutivo su proposta di Pertini segretario della Federazione giovanile e poi commissario della brigata comandata da Eugenio Colorni, ucciso quattro giorni prima della liberazione da un agente della banda Kock”.

Bentivegna aveva perciò frequentato l’abitazione dell’amico Matteo che definiva nel suo libro come un personaggio poco affidabile.
Subito dopo la Liberazione, finito nei pasticci dopo aver creato una fantomatica “Unione Proletaria”, proprio Salvarezza ricordava di essere stato uno degli esponenti del “Movimento Comunista d’Italia” e addirittura “membro del Comitato Centrale ed esecutivo, unitamente a: Matteo Matteotti, Carlo Matteotti, Pietro Battara, Palmidoro Peppino, Aladino Govon[i] (fucilato), Franco Bucciani (fucilato)” fino al 9 ottobre 1944 quand’era stato arrestato dai tedeschi. Inoltre “in casa del Salvarezza, Piazza Ragusa 42 [era] stato fondato ed [era] uscito il primo numero del giornale “Bandiera Rossa”, con fondi procurati dagli stessi componenti il Movimento Comunista”.
 

Matteo Matteotti teneva stetti contatti con uomini legati anche ad Amendola come Corrado Noulian che faceva parte di un nucleo informativo con Carla Angelini ed era alle dipendenze di Luciano Lusana.
Sempre Matteo Matteotti era col fratello Giancarlo una sorta d’‘icona’ vivente per gli uomini di “Bandiera Rossa” ed entrambi venivano nascosti a Roma dagli uomini del movimento negli alloggi più sicuri e protetti.
Proprio Salvarezza, nei giorni concitati seguiti al 25 luglio aveva prospettato a Matteo un piano tanto fantasioso quanto audace: attaccare, armi alla mano, il palazzo del Quirinale, insediarvi il figlio del ‘Martire socialista’ e proclamare la Repubblica.
Ma Matteo Matteotti aveva uno stretto rapporto, un vero e proprio confronto politico anche con Bentivegna che gli “rimproverava di essere trotzkista e di avere remore per l’adesione al PCI, ritenendo che più delle divergenze e dei dissensi, contava in quel momento l’unità del partito”, di quello stalino-togliattiano che a Roma si identificava con Giorgio Amendola.
Ma il figlio del deputato socialista era comunque in buone relazioni anche con Amendola, il dirigente che al processo Kappler si assunse la responsabilità d’aver organizzato l’azione di via Rasella.
E tuttavia fra i compagni di Matteotti ed il rampollo d’un ‘Martire antifascista liberale’ diventato esponente del “Partito Comunista” di Togliatti esisteva un contrasto insanabile.

Amendola era cresciuto politicamente alla scuola dei cinico realismo stalinista sulla liceità di ogni mezzo pur di raggiungere il fine dell’egemonia del proprio partito; gli ingenui idealisti della “Bandiera Rossa” avevano scrupoli morali nel ricorrere alla violenza indiscriminata.

I comunisti intransigenti erano contrari agli attentati terroristici.
Il “Movimento Comunista d’Italia” pubblicava clandestinamente il foglio “Bandiera Rossa” che contestava con forza la scelta del partito ‘ufficiale’ di collaborare con i gruppi politici borghesi e conservatori.
 Del modesto foglio a due sole facciate uscirono solo pochi numeri.
 L’ultimo diffuso prima dell’attentato ‘gappista’ di via Rasella portava la data del 5 febbraio e conteneva una ferma presa di distanza da qualunque suggestione terroristica:

“Che cosa abbiamo guadagnato con l’azione ?
Centinaia di compagni, i migliori, perchè i più vecchi, quelli schedati, si trovano oggi nelle mani dei nostri carnefici.
Ma due tedeschi morti valgono forse cento uomini maturati nella lotta e mille sofferenze? Uomini che soli, con la loro esperienza e la loro fede, di fronte all’impreparazione delle masse, possono essere la guida sicura del proletariato per le lotte di domani?
Certo a qualcuno giova tutto questo, e soprattutto a coloro che vogliono spazzare dall’Italia quegli elementi che potrebbero essere un inciampo per la restaurazione di quelle vecchie mummie in disfacimento che, intanate dietro le linee anglo-americane, aspettano il momento per ritornare ai loro vecchi posti di comando.
Certo per il militarismo, per il capitalismo italiano avido di danaro anglo-americano, per i poliziotti e i parassiti, questo è prendere due piccioni con una fava ! Si conta così di farsi una benemerenza antinazista presso gli “alleati”, e, nello stesso tempo, mettendo i nostri compagni nelle mani dei tedeschi per le fucilazioni di massa, si spera di esaurire le nostre file in modo di non averci tra i piedi quando sarà il momento.
Il calcolo sembra giusto. Ma non lo è !
Ricordate che sono  centododici anni che la Bandiera Rossa vede di questi scherzi e che la memoria è ancora una nostra ricchezza !
 Voi fate fucilare i nostri migliori, ma ricordate: non siete voi che avete permesso o fermato il nostro destino ! Voi fate sì che la nostra Bandiera diventi sempre più Rossa col sangue delle vittime innocenti !
 Più Rossa sarà la nostra Bandiera, più sicura sarà la vittoria del proletariato !
 E giorno verrà che ogni compagno, morto innocente per la causa santa, sarà pagato al prezzo giusto”.

Insomma, chi fra le quinte spingeva ad atti inconsulti, lo faceva per mandare allo sbaraglio i migliori e più coraggiosi rivoluzionari. Esplicito e forte era l’invito a non lasciarsi coinvolgere in missioni suicide.  
Chiunque avesse redatto quegli scritti ‘attesisti’ correva il rischio d’essere considerato una “lunga mano della Gestapo” come accadeva a Milano dove con quest’accusa infame dall’organo del P.C.I. “La Nostra Lotta” venivano messi alla gogna sia i socialisti rivoluzionari di Lelio Basso che gli intransigenti del “Partito Comunista Internazionalista” che pubblicava clandestinamente il “Prometeo”.

Tuttavia, le affermazioni della “Bandiera Rossa” esprimevano un diffuso sentimento di preoccupata ostilità di molti simpatizzanti proletari del movimento antifascista romano di fronte all’‘avventurismo’ di chi aveva scelto gli attentati come forma di propaganda dell’atto contro i nazi-fascisti.
(4 – continua)

credit foto zachary-keimig-Uizd4Zd41Ww-unsplash

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