Cosa non è una nazione, a proposito di Meloni e Augias

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di Cuore Verde – “L’uomo non è schiavo né della razza, né del sangue, né della religione, né del corso dei fiumi, né della direzione delle cime delle montagne. Una grande aggregazione di uomini, sano spirito e calore del cuore, crea una coscienza morale che si chiama nazione. Finché questa coscienza morale prova la sua forza con i sacrifici ed esige l’abdicazione degli individui nei confronti della comunità, è legittima, ha il diritto di esistere. Se dei dubbi emergono sulle sue frontiere, consultate le popolazioni interessate. Hanno ben il diritto di dare la loro opinione sulla questione. Ecco ciò che farà sorridere i trascendenti della politica, che avranno pietà della nostra semplicità.

“Consultare le popolazione, sia dunque! Che ingenuità! Ecco queste deboli idee francesi che pretendono di sostituire la diplomazia e la guerra con dei mezzi di una semplicità infantile”. –Aspettate, signori; lasciamo passare il regno dei trascendenti; sappiano subire il regni dei forti. Può essere, che dopo i loro tentativi infruttuosi, ritorneranno alle nostre modeste soluzioni empiriche. Il modo di aver ragione nell’avvenire è, in certi momenti, saper rassegnarsi ad essere démodé.”

(da Qu’est-ce qu’une nation ? Che cos’è una Nazione? Conferenza tenuta da Ernest Renan alla Sorbona l’11 marzo 1882)

Questa la conclusione del noto discorso “Che cos’è una Nazione?” di Ernest Renan salito alla ribalta in questi giorni per una insolita querelle tra Giorgia Meloni che lo ha citato per la ricorrenza dell’Unità d’Italia del 17 marzo e Corrado Augias che ha criticato la Presidente del Consiglio per questa sua “appropriazione culturale”.

Mi chiedo, tuttavia, con il massimo rispetto, se sia stato veramente percepito il senso profondo delle parole dello scrittore e filosofo francese. Renan, in definitiva, sostiene che non esistono grandi aggregazione di uomini , ovvero, “nazioni”, immutabili ed eterne e che non sono necessariamente la lingua, la geografia, la storia o la religione a delineare un popolo e la nazione. Nel caso poi dovessero emergere “dubbi sulle sue frontiere” , Renan sostiene chiaramente che le popolazioni interessate devono essere consultate.

L’assunto finale di Renan può essere più o meno condiviso, ma è certamente in contrasto con l’ideologia, la formazione storica e i principi dello stato italiano. La Repubblica italiana, secondo l’art. 5 della Costituzione è “una e indivisibile”. La norma fa riferimento al carattere indivisibile del territorio statale rappresentando quindi un limite tassativo e inderogabile alla separazione territoriale.

Lo stato italiano, secondo questo principio fondante, dovrà pertanto porre in essere tutti i mezzi possibili per impedire la creazione di stati indipendenti. Ora, noi padanisti, ricordiamo perfettamente come, a partire dal 1996, nella culmine della fase secessionista della Lega Nord, la parola “Padania” sia stata considerata una bestemmia o una ridicola pretesa dopo che, per anni, era stata oggetto di innocui ed inosservati dibattiti in ristretti circoli culturali.

Tutto il sistema politico e mass-mediatico si scatenò con forza inaudita in una sistematica denigrazione di una semplice idea politica basata sul principio di autodeterminazione. Certo, è meraviglioso e commovente immaginare la “nazione italiana” unita in grande afflato ideale di “sano spirito e calore del cuore” ma, ogni tanto, con sincerità, bisognerebbe verificare come stanno veramente le cose.

Questo è il senso esatto dell’affermazione di Renan “L’esistenza di una nazione è (perdonatemi la metafora) un plebiscito di tutti i giorni“. La nazione, non è un “destino immutabile ed ineluttabile”, secondo una ideologica visione risorgimentale che poi ha attraversato e permeato tragicamente il fascismo, ma, piuttosto, un percorso che ogni tanto può mutare consentendo di pervenire a nuove mete. Magari ad immaginare una Padania libera ed autonoma siamo rimasti in quattro gatti un po’ disadattati, ma, aderendo allo spirito del pensiero di Renan, talvolta, “Il modo di aver ragione nell’avvenire è, in certi momenti, saper rassegnarsi ad essere démodé.”

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