Il secolare conflitto tra città e contado. Autonomia e federalismo non esistono senza le province

11 Ottobre 2023
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di Cuore verde -Il chiavarese Antonio Gozzi, presidente del gruppo Duferco, Federacciai e della squadra di calcio Virtus Entella, sul suo settimanale online Piazza Levante ha firmato l’editoriale “Tigullio libero, considerazioni di un irredentista (n.2), nel quale, prendendo spunto da alcune vicende locali, evidenzia come la “città metropolitana” di Genova abbia sostanzialmente privato il comprensorio  del Tigullio  (Portofino, Santa Margherita Ligure, Rapallo, Zoagli, Chiavari, Lavagna e Sestri Levante) di una efficace rappresentatività.

In questo editoriale, accompagnato inequivocabilmente dalla fotografia di una “bandiera estelada” catalana, sorprendono i toni da indipendentista (“Viva il Tigullio libero”) mentre lo stesso Gozzi si definisce addirittura “irredentista”. Le analisi proposte da Gozzi sono certamente condivisibili. Un punto ha destato il mio particolare interesse: “Quella che ho chiamato ‘l’ideologia degli accorpamenti e delle concentrazioni’ è stata usata in questi anni per giustificare decisioni politiche e organizzative che hanno depauperato il Tigullio di servizi e centri decisionali, finiti tutti nel capoluogo senza beneficio alcuno né in termini di riduzione dei costi né in termini di miglioramento nell’efficienza e nella qualità dei servizi.”. Tra i vari esempi di questi “accorpamenti” è ben noto quello della chiusura del Tribunale di Chiavari.  

Personalmente, ritengo che uno degli effetti più rilevanti della “ideologia degli accorpamenti e delle concentrazioni’ “, per usare la definizione fornita da Gozzi, sia stata l’abolizione  della provincia intesa come organo politico eletto direttamente dai cittadini. L'”ideologia degli accorpamenti” è stata proprio alla base della riforma del ridimensionamento delle province ad “enti amministrativi di secondo livello con elezione dei propri organi a suffragio ristretto”. 

In sostanza, l’elettorato attivo e passivo è riservato ai sindaci e ai consiglieri comunali della provincia. Sia ben chiaro, le province andavano certamente riformate. Paradossalmente, in una logica di maggiore rappresentanza del territorio, avrebbero dovuto tuttavia acquisire ulteriori poteri riducendo quelli della regione.

La realtà storica del Nord è sempre stata policentrica. L’esperienza dei comuni medievali segna ancora la mentalità politica. Nel secolare conflitto tra la “città” e il “contado”, il ridimensionamento della provincia e, per le grandi città, il suo sostanziale assorbimento nella “città metropolitana”, ha ricondotto ad un livello quasi arcaico i rapporti di forza tra questi due mondi. “Un movimento dal basso” per rivendicare il futuro per le nuove generazioni, secondo me, oltre alla necessaria spinta volontaristica ed altruistica, dovrebbe trovare un luogo istituzionale di rappresentanza politica. 

Le province, al di là di certe boutade governative, dovrebbero tornare quindi ad essere un organo politico determinato sulla base di elezioni dirette senza alcun “suffragio ristretto” ed essere ricostituite con una “devoluzione” di poteri da parte della regione per dare maggiore rappresentanza al territorio. Nella prospettiva di una vera riforma federale.         

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