I giovani in Iran muoiono per la libertà. In Italia ai giovani manca la competenza sulla libertà

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di Stefania Piazzo – Se domani mattina un regime togliesse la libertà di parola, o la limitasse, attraverso i social, milioni di ragazzi italiani scenderebbero in strada. Ma lo farebbero anche per molto meno. Per qualche ora negata di cellulare al giorno, per il blocco di di Tik Tok, per qualche accesso in meno su Instagram.

La società della compulsione, social ergo sono, la necessità patologica di far sapere al mondo, per affermarci, che cosa pensiamo, cosa proviamo, in una alienazione industriale da catena di montaggio, ebbene, questa società nella sua espressione più giovanile, appare indifferente e per nulla empatica rispetto a quanto sta accadendo in Iran.

Si muore per un velo, per un abito, per un cambio di costume. Si muore per affermare la civiltà. Giovani minorenni perdono la vita nel difendere un principio, a casa nostra crescono solo acrobati digitali. A casa nostra si muore ubriachi in auto a meno di 20 anni, un giorno sì e l’altro pure.

Negli anni ’80, quelli vecchi come me, senza retorica alcuna, scendevano in piazza, organizzavano eventi, tanto per ricordarne uno, per generare movimenti di opinione per Solidarnosc, il sindacato polacco di Lech Walesa, che si opponeva ad un regime disumano, criminale. Andavamo orgogliosi in giro con la spilletta sulla giacca con la scritta Solidarnosc, che aveva come sfondo il colore della bandiera polacca.

Era un modo per affermare il diritto alla libertà religiosa, ad una identità, il diritto di credere ed esprimere ciò che uno Stato invece negava. Reprimeva.

Walesa non era uno qualunque.  Premio Nobel per la pace nel 1983 e poi presidente della repubblica negli anni 1990-1995, rappresentava un moto di ribellione ad un sistema iniquo. Nel 1980 non c’era internet, quel poco che si sapeva lo si leggeva e lo si apprendeva dalla tv. Ma senza che Walesa fosse già Nobel, i giovani di quella generazione si schierarono, ci fu presa di coscienza collettiva dell’importanza di quel momento. Se ne comprese la portata. La sua vittoria avrebbe avuto un significato per la libertà, ma di tutti. E dunque la pressione mediatica, tutto ciò che poteva spingere verso quella direzione, diventava catalizzatore di un impegno, anche a migliaia di chilometri di distanza.

Finché arrivò la spallata al regime, che fu fatta di milioni di piccole spallate. Oggi, la vicenda iraniana, sembra una delle tante. I 15enni di oggi scorrono sul telefonino l’esecuzione di una minorenne ribelle come fosse un fatto che nasce e muore nel momento in cui si passa alla boiata successiva da guardare o ascoltare sullo smartphone.

La scuola? Non pervenuta. Un virus ha globalizzato il mondo in pochi mesi. La cultura della libertà, purtroppo, ancora non attecchisce. Urge educare. Anche la libertà necessita delle sue competenze.

Foto di mostafa meraji 

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