Giorgetti e Draghi al Colle, un “Superpresidente” a dettar legge?

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di Luigi Basso – Tutti i giornali riportano le dichiarazioni rilasciate dal Ministro Giorgetti a Bruno Vespa attorno al ruolo di Draghi che, una volta eletto Presidente della Repubblica, guiderebbe dal Quirinale l’azione dell’esecutivo in una sorta di Quarta Repubblica semipresidenziale.
Al netto di quello che pensa realmente in cuor suo il ministro draghiano, che sa solo lui, l’osservatore imparziale non può che giudicare l’azione dalle conseguenze.
Innanzitutto occorre cercare di tradurre bene cosa ha detto realmente Giorgetti, ovvero una cosa lapalissiana che sanno tutti.


Draghi al Colle probabilmente eserciterebbe le prerogative del Presidente della Repubblica “alla lettera”, innovando profondamente la prassi e la consuetudine costituzionale.
Giorgetti, discettando di semipresidenzialismo, sembra dire che Draghi Capo dello Stato non sarebbe un semplice notaio che registra la volontà del Parlamento, come è quasi sempre accaduto finora, salvo numerose eccezioni, che tuttavia sono sempre rimaste tali: Draghi al Quirinale sarebbe un “Super Presidente” che, tanto per fare esempi Costituzione alla mano, nominerebbe di iniziativa il Premier ed i Ministri da mandare a chiedere la fiducia al Parlamento, che userebbe il potere presidenziale di firma dei decreti e delle leggi in modo energico, rinviando al mittente quanto ritenuto sbagliato, che autorizzerebbe il Governo a presentare disegni di legge giocando un ruolo attivo, che potrebbe arrivare certamente a usare il potere di scioglimento delle Camere in senso penetrante, tenendo conto che “letteralmente” la Costituzione subordina l’esercizio di tale potere quirinalizio solo alla previa consultazione dei rispettivi Presidenti.


Ed inoltre: potrebbe essere un Capo delle Forze Armate e del CSM incisivo, potrebbe letteralmente usare il potere di ratifica dei Trattati a 360 gradi e così via.
Il fatto che i predecessori si siano comportati interpretando la lettera della Costituzione in senso “notarile”, non significa appunto che non siano legittime altre sensibilità ed altre letture.
Una cosa è infatti chiara e certa: un Presidente della Repubblica che dovesse agire nel modo appena descritto sarebbe certamente un unicum nella storia della Repubblica, ma non avrebbe nulla di eversivo o di golpista, come pure qualche commentatore frettoloso ha improvvidamente scritto.


Tuttavia occorre notare che l’intervista di Giorgetti ha avuto l’effetto oggettivo, probabilmente non voluto, di zavorrare l’ipotesi di un Draghi al Colle.
Infatti le reazioni più benevole innescate dallo scenario delineato dal ministro di Cazzago sono state di gelido silenzio.
Dopo l’intervista di ieri almeno i tre quarti dei leaders politici italici hanno visto accendersi mille spie rosse sul cruscotto alla voce Quirinale.
Peraltro esiste oggettivamente un rischio oggi non calcolabile e, quindi, per tale motivo, molto grave: ammettendo un settennato draghiano all’insegna del semipresidenzialismo de facto alla Giorgetti, parleremmo comunque di un Presidente di sicura tenuta istituzionale e dalla carriera ineccepibile.


Ma chi potrebbe garantire che il suo successore non possa essere, chissà, un “cettolaqualunque”? A quel punto chi potrebbe negargli di invocare proprio l’autorevole precedente di Draghi?

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