La condanna a morte delle botteghe di paese. Allo Stato piace di più mantenere i fannulloni

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di Gianluca Comerio – Ogni giorno una luce si spegne. No, non intendo addentrarmi nell’affascinate mondo astrologico e tantomeno in quello in quello medico.

Sto parlando di attività commerciali. Quelle attività che tutti più o meno abbiamo frequentato, anche da bambini, magari mano nella mano con la propria nonna. Quelle botteghe di paese per le quali la gente un tempo effettuava una piccola via crucis quotidiana; il panettiere, la lattaia, il giornalaio, il calzolaio, la piattaia, il vetraio ecc ecc. Quei negozietti dove si sentivano i profumi, dove ci si sentiva parte di una comunità e dove ci si scambiavano anche pettegolezzi. Ecco proprio quelle attività commerciali lì.

Nella sola Lombardia, locomotiva per eccellenza (troppo spesso sfruttata e spremuta) dell’economia italiana, nel 2020 hanno abbassato per sempre le saracinesche, o le clér visto che siamo in Lombardia, 53.707 imprese. Di queste 22.613, ovvero il 42%, sono piccole attività commerciali, manifatturiere e artigiane.

Il dato numerico è di per sé angosciante ma non vorrei soffermarmi su questo. Vorrei evidenziare il fenomeno della migrazione delle piccole attività. Il negozio di periferia ormai è una realtà in via d’estinzione. Sempre più spesso si nota un vero e proprio esodo. Un viaggio breve solitamente, dai rioni al centro città.

Certo il Covid non ha aiutato, l’avvento dei colossi del web nemmeno, e poi si sa, la mentalità del consumatore si americanizzata, meglio acquistare tutto in unico posto e avere meno rapporti sociali possibili con la gente che perdere tempo a salutare e fare due chiacchiere con il negoziante che vende (solitamente) prodotti di qualità. E comunque, l’importante al giorno d’oggi è avere l’ultimo modello di smartphone, fa niente se poi si è costretti a mangiare nei piatti di plastica per far fronte alla rata mensile.

Oltre a tutte queste valide e ovvie ragioni ne esiste un’altra. Molto più sottile all’apparenza, che solo parlando e sapendo scorgere tra le parole di chi una partita iva ce l’ha da anni si riesce a constatare. Esiste un problema sociale. E quasi sempre il problema sociale è correlato al problema della sicurezza. Piazze, strade, interi quartieri lasciati in mano alla delinquenza e al degrado. Non è una bella esperienza fermarsi in una piazza piena di spacciatori per entrare dal tabaccaio a prendere le sigarette. Non è piacevole passeggiare e fermarsi dal fornaio mentre accanto a te abbonda la sporcizia e il lerciume, creato dall’inciviltà di alcuni individui, ed è difficile deambulare su marciapiedi talmente sconnessi da far invidia a Beirut durante la guerra civile.

La maggior parte delle amministrazioni comunali sembra essere sorda davanti alle continue lamentele dei cittadini, e le forze dell’ordine sembrano essere cieche davanti all’evidenza della criminalità, continuando ad alimentare il loro parassitismo patriottico. Insomma le istituzioni mutilate sembrano nascondersi – è proprio questo il termine corretto: NASCONDERSI – rispettivamente dietro alla mancanza di fondi e alle poche tutele. E così i tanti piccoli/grandi imprenditori decidono di trasferire i loro interessi dai sobborghi ai centri, solitamente molto più curati in termini di pulizia e frequentazioni, abbandonando gli ormai emarginati centri abitati al loro triste destino; il predominio di delinquenti e vagabondi. Il risultato è un cimitero di locali vuoti, ormai riempiti solo dei ricordi di chi passa osservando senza essere distratto da un mondo menefreghista.

Senza entrare in polemiche puramente Salviniane (quelle le lasciamo volentieri a lui), sarebbe magari propositivo incentivare queste piccole realtà a rimanere dove sono sempre state, nei quartieri storici, senza pagare affitti soffocanti per una vetrina nel corso principale del paese. Sarebbe costruttivo far tornare la gente a passeggiare serenamente per le viuzze dei borghi facendo compere. Sarebbe indubbiamene produttivo stanziare delle importanti risorse economiche per chi apre la propria bottega in un quartiere invece di dissanguare le tasche statali per il reddito di cittadinanza. E forse, luce per luce, insegna per insegna, si potrebbero illuminare di nuovo tutte le città che ora sembrano essere preda del buio. Spesso le idee giuste non sono complesse. Riflettiamo. O forse è meglio essere fannulloni?

Gianluca Comerio. Nato a Legnano nel 1990. Laureatio in Economia e Management nel 2016 presso l’università Carlo Cattaneo di Castellanza (VA). Agonista sportivo, appassionato di politica interna, estera e di storia.

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