Un siciliano a Codogno. Un milanese a Roma

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di Stefania Piazzo – Bisogna ammettere che la ruota gira. E che la Repubblica parla tante lingue. Mai avremmo immaginato che per celebrare la festa della Repubblica un siciliano doc come il presidente Sergio Mattarella avrebbe destinato buona parte di questa giornata per venire al Nord e incontrare i sindaci dei Comuni distrutti dalla zona rossa, nel lodigiano, con le imprese piegate su se stesse. Ha un valore simbolico, certo. E non cambierà il futuro di questa ex zona rossa. Sarà anche retorica, atto dovuto, ma almeno va dato atto che questo viaggio da Roma a Codogno non ha finalità elettorali. Mattarella non viene a cercare voti.

L’altra cronaca invece registra manifestazioni a Roma come mai si erano viste prima. Un tripudio di nazionalismo e di unità nazionale, suvvia, è la festa della Repubblica. Qui, a differenza di Codogno, non si sfila tutti per la solidarietà, o per senso dello Stato. C’è una destra coerente con se stessa, che è quella di Giorgia Meloni. Che le si può dire? E’ il suo abito culturale e politico e non fa altro che rivendicarne la potestà. Ma la Lega? Quanto è davvero l’abito di tutti i leghisti l’uniformità di risposte al Paese? Un governo che nel decreto rilancio rinnova e rifinanzia provvedimenti come Resto al Sud, con stanziamenti a fondo perduto purché da Roma in giù, e interessi che vengono abbuonati da Roma in giù, e che non sente alzare un filo di voce per pari opportunità laddove il Covid ha ucciso l’economia, è un governo che non ha opposizione che rappresenti minimamente il Nord.

Almeno diamo atto che ci voleva un siciliano per rendere un ultimo saluto ai suoi morti e ai suoi sopravvissuti. Sopravvissuti dal governo e da chi ha girato le spalle a Milano. Ci sarà una resilienza politica per questa terra?

Il 2 giugno del 1996 la Lega era a Pontida e Umberto Bossi, annunciava: “Il 15 settembre prenderà forma la spina dorsale della nazione padana».

Sarebbe un errore tornare indietro, rifare percorsi bocciati dalla storia e dal popolo. Ma è un errore cancellare la parola magica che ieri come oggi è federalismo. Quel 2 giugno 1996 Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera apriva con questo titolo emblematico: Federalismo parola magica.

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