Radiato Palamara. “Pago per tutti”

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 Dalla presidenza dell’Anm, il più giovane magistrato ad avere guidato il sindacato delle toghe, tra il 2008 e il 2012, all’elezione al Consiglio superiore della magistratura nel quadriennio 2014-2018. Fino alla rimozione dall’ordine giudiziario, decisa oggi dalla sezione disciplinare del Csm. Una parabola che, passando per l’impegno, il potere e le aspirazioni di carriera, e arrivando oggi alla più dura delle sanzioni disciplinari che la legge prevede per un magistrato, ha travolto la vita di Luca PALAMARA. Il caso PALAMARA scoppia alla fine di maggio del 2019 quando l’allora pm romano riceve un’ordine di perquisizione dalla Procura di Perugia, che lo indaga per corruzione. E’ accusato avere avuto 40mila euro per pilotare la nomina di Giancarlo Longo alla procura di Gela, accusa poi caduta. Un trojan introdotto nel suo cellulare nell’ambito di quell’inchiesta, ha registrato oltre due settimane di conversazioni, intorno a metà maggio: sarà quella la base da cui partirà la vicenda disciplinare a suo carico e la bufera che travolgerà, insieme con lui, il Csm, l’Anm e l’intera magistratura italiana. Sono i mesi in cui al Consiglio superiore della magistratura si discute della nomina del successore di Giuseppe Pignatone alla giuda della Procura di Roma. Il 23 maggio la quinta commissione aveva espresso il suo voto, proponendo tre candidati: il pg di Firenze Marcello Viola e i procuratori di Palermo, Francesco Lo Voi, e di Firenze Giuseppe Creazzo. Ma le intercettazioni di un incontro avvenuto la sera del 9 maggio in un albergo romano, l’hotel Champagne, raccontano di una riunione in cui PALAMARA, insieme con 5 togati del Csm, Luigi Spina, Gianluigi Morlini, Corrado Cartoni, Antonio Lepre e Paolo Criscuoli, poi dimissionari, e i parlamentari Luca Lotti e Cosimo Ferri, discuteva proprio della nomina del procuratore della Capitale

Ed è proprio quella riunione ad essere alla base delle incolpazioni disciplinari poi formulate a carico di PALAMARA dalla procura generale della Cassazione. A fine maggio l’allora pg Riccardo Fuzio, che sarà poi coinvolto nella vicenda e si dimetterà a luglio, fa partire una pre-istruttoria su PALAMARA, e nei giorni seguenti anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, attiva sul caso gli ispettori per compiere accertamenti. Poi l’avvio dell’azione disciplinare a carico di PALAMARA e dei 5 ex togati del Csm. Il 18 giugno la richiesta di applicazione della misura cautelare della sospensione dalle funzioni e dallo stipendio, che 12 luglio la sezione disciplinare del Csm accoglie, misura confermata a gennaio dalle sezioni unite della Cassazione. Anche l’Associazione nazionale magistrati interviene sul caso. Il 1 giugno dello scorso anno, appena scoppiato lo scandalo, PALAMARA si autosospende dall’Anm, che intanto, in un comitato direttivo centrale che si tiene il 5 giugno, deferisce PALAMARA e le altre toghe coinvolte al collegio dei probiviri. All’esito della loro istruttoria, il sindacato delle toghe arriverà poi all’espulsione di PALAMARA, decisa dal direttivo il 20 giugno di quest’anno, poi deliberata in via definitiva dall’assemblea il 19 settembre scorso Ad aprile di quest’anno poi, con la chiusura dell’inchiesta di Perugia e il deposito degli atti, oltre alle intercettazioni sono rese note tutte e conversazioni delle chat estrapolate dal cellulare di PALAMARA. Una mole enorme di materiale, sul quale è al lavoro la procura generale della Cassazione, guidata da Giovanni Salvi.

Il processo disciplinare a PALAMARA inizia il 21 luglio scorso: un’udienza di smistamento, per poi rinviare al 15 settembre, davanti al collegio presieduto dal laico del Movimento 5 Stelle Fulvio Gigliotti e composto da Emanuele Basile, laico della Lega, e dai togati Piercamillo Davigo (A&I), Elisabetta Chinaglia (Area), Paola Braggion (Mi), Antonio D’Amato (Mi). La procura generale della Cassazione è rappresentata dal sostituto Pg Simone Perrelli e dall’avvocato generale Pietro Gaeta. La difesa di PALAMARA aveva chiesto la ricusazione di Davigo, indicato dalla difesa di PALAMARA come testimone, con la motivazione che si troverebbe nella condizione di essere insieme teste e giudice, istanza che la sezione disciplinare del Csm ha però respinto. E una delle questioni preliminari affrontate è stata proprio quella della richiesta, avanzata dalla difesa dell’ex pm, di ascoltare 133 testimoni: una lista che comprende ex ministri, presidenti emeriti della Corte costituzionale, magistrati, ex vicepresidenti del Csm, consiglieri giuridici del Quirinale. Lista che la disciplinare non ha accolto, ammettendo solo 5 ufficiali di polizia giudiziaria e il responsabile della società che ha gestito le registrazioni del trojan. Il collegio le ha poi dichiarato le intercettazioni “pienamente utilizzabili” nell’ambito del procedimento.

Da allora a oggi si sono tenute 6 udienze, fino alla sentenza di oggi. PALAMARA è fuori dalla magistratura. Il collegio ha accolto la richiesta della procura generale che ha definito quell’incontro nell’albergo romano “un unicum nella storia della magistratura italiana” e ha sottolineato l’assoluta “gravità degli illeciti” di PALAMARA, ‘”organizzatore regista e sceneggiatore della strategia” messa in atto. La difesa aveva proposto l’assoluzione, ritenendo che “l’attività del Csm sulle nomine è politica”, e che dunque l’interlocuzione avuta da PALAMARA anche con due parlamentari sia stata “legittima”. E ora, alla luce della decisione, la più severa, ha annunciato ricorso anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

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