Come visse (male) la Lega l’assalto al Campanile. Dove continua oggi la “Sceneggiata”? Le copertine de la Padania del 1997

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di Stefania Piazzo – La Lega, sull’assalto dei Serenissimi al Campanile, non ha mai fatto pace con se stessa. Oggi quell’evento, visto a quasi un quarto di secolo di distanza, passa e passerà inosservato ai nuovi tesserati del Carroccio di Platì. O di Latina. Ma anche ai giovani del Nord che allora non erano neppure nati. Quei volti degli otto “complottisti”, e il volto di Umberto Bossi, che subito gridò al terrorismo di Stato, ai servizi deviati per danneggiare la Lega, sono l’icona di qualcosa che ancora oggi sfugge al ragionamento politico. Ad una pax tra aspiranti rivoluzionari e statisti in grado di mediare e dare soluzioni.

Abbiamo recuperato così le prime pagine del quotidiano la Padania, che in quel 9 maggio 1997 compiva quattro mesi di vita con Luca Marchi direttore e io semplice redattore ordinario, mozzo di redazione all’economia (che non voleva fare nessuno). Ad aprire il giornale doveva esserci l’intervista a Massimo D’Alema, perché il cuore della politica allora ruotava attorno alla Commissione Bicamerale. Da lì doveva uscire, grazie all’asse Lega-Pd, una nuova Costituzione, un nuovo assetto dello Stato. Che non nacque mai.

Ma ecco che arrivano otto su un vaporetto, fanno scendere un semitanko in Piazza San Marco, armati di mitra della seconda guerra mondiale, entrano nelle frequenze Rai e proclamano le decisioni di un Serenissimo Governo.

Quella mattina ero in redazione, e fu il collega veneto, Paolo Parenti, a dare la notizia. “Hanno scalato il Campanile!”. L’incredulità, la sorpresa, il disincanto di chi fa giornalismo, portarono solo a pensare allo sconquasso che un gruppo di ignoti cittadini aveva portato allo Stato, alle istituzioni. La Lega “abbaiava” la secessione. Poi si sedeva, democratica, in Bicamerale. Loro, i Serenissimi, sul serio avevano messo la bandiera di una vecchia Repubblica sul simbolo della loro storica capitale. Un gesto disperato, che sapevano non potesse avere seguito.

E il ragionamento dovrebbe ripartire proprio da lì. Da uno sconquasso che dopo 23 anni non ha ancora una risposta. Il federalismo ha fallito. Il regionalismo ha fallito. La devolution ha fallito. Le autonomie, le province cancellate per risparmiare qualche milione di euro, sono solo degli esattori: i sindaci fanno da sostituto d’imposta. Il sud è rimasto povero, il nord è rimasto incazzato.

L’Europa non vuole mollare un centesimo all’Italia perché la percezione che ha, suffragata dai fatti, è quella di un Paese dove si governa il territorio con la corruzione, gli amici disonesti, troppe case di riposo dove la mascherina si mette sulla bocca perché non si parli, la ‘ndrangheta che gestisce l’economia della Padania, gli ospedali abbandonati, i medici sottopagati, i neolaureati che scappano, la burocrazia che affama il popolo, i ponti che crollano, i boss scarcerati senza una linea di febbre…. E avanti così.

La pandemia si è tradotta in una risposta lenta e autoritaria dello Stato. Se manifesti ti multano. Come accaduto all’Arco della Pace a Milano. Se proponi terapie per il Covid ti sparisce il profilo facebook, per risolvere i mali del Paese basta fare le task force, nominare i commisssari e delegare loro tutto il potere possibile.

Tutto è rimasto insomma come prima, siamo un Paese immobile. E non è colpa, caro Umberto, ieri come allora, dei servizi segreti deviati. Ma della qualità scadente della classe politica, che sembra avere la stessa età del Paese: più di 150 anni. Vecchia, mummificata sulla poltrona, La sceneggiata continua.

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