Le partite Iva crescono, ma sono nuove professioni. Crollano gli autonomi in agricoltura, commercio e artigianato

10 Febbraio 2024
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Dopo il 2020, annus horribilis della pandemia, il “popolo” delle partite Iva è tornato ad aumentare e oggi la platea è stabilmente sopra i 5 milioni di effettivi. Lo rileva l’Ufficio studi della Cgia di Mestre (Venezia). Al 31 dicembre scorso contavamo 5.045.000 lavoratori indipendenti, ma sebbene il numero sia in leggero aumento rispetto a quattro anni fa, va segnalato che rimane ben lontano dai 6,2 milioni degli inizi del 2004, vent’anni fa.

Nei primi 9 mesi del 2023 l’andamento dei lavoratori indipendenti non ha interessato tutte le regioni. Se nell’ultimo anno il Molise (+8,4%), la Liguria (+8,2%), la Calabria e l’Emilia Romagna (+5,6%) hanno registrato gli aumenti più importanti, l’Abruzzo (-4,9%), l’Umbria (-5,6%), il Trentino Alto Adige (-8,4%) e le Marche (-10,1%) hanno subito le contrazioni più significative.

Sono però in costante diminuzione le attività che costituiscono il lavoro autonomo “classico”, che rappresentano quasi il 75% circa del totale: artigiani, piccoli commercianti e agricoltori. Tra il 2014 e il 2022 il numero complessivo di queste tre categorie è sceso di 495mila unità. Gli agricoltori sono diminuiti di 33.500 unità (-7,5%), i commercianti di 203.000 (-9,7%) e gli artigiani di quasi 258.500 (-15,2%). Diversamente, sono in espansione le partite Iva senza albo od ordine professionale, tra cui i web designer, i social media manager, i formatori, i consulenti agli investimenti, i pubblicitari, i consulenti aziendali, i consulenti informatici, gli utility manager, i sociologi, gli amministratori di condominio.

 Il crollo del numero di artigiani, commercianti e agricoltori ha interessato tutte le regioni, in particolare le Marche (-17,2%), il Piemonte (-15,5%), l’Emilia Romagna e il Molise (entrambe -15,1%), l’Umbria (-14,9%) e il Veneto (-14,8%). A livello di ripartizione geografica la contrazione più pesante si è registrata nel Nordest (-14,1%), poi il Nordovest (-14%), il Centro (-12,5%) e infine il Mezzogiorno (-6,9%). A livello provinciale, le realtà più “colpite” sono state Vercelli (-21,6%), Massa-Carrara (-20,1%), Biella (-19,4%), Alessandria (-19,3%) e Rovigo (-18,3%). Solo Napoli (+0,6%) ha registrato un trend positivo. Il “blocco sociale” delle partite Iva, oltre 6 milioni prima del Covid, produceva quasi 200 miliardi di Pil e negli ultimi 40 anni è diventato centrale in molte regioni del Paese, una componente strutturale del nostro sistema economico, soprattutto a Nordest. Il trend positivo registrato dallo stock di lavoratori autonomi in questi ultimi tre anni è sicuramente ascrivibile alla ripresa economica maturata dopo il Covid. Con un Pil che nel biennio 2021-2022 ha toccato livelli di crescita molto elevati è aumentata l’occupazione e conseguentemente anche quella indipendente. Sicuramente, ad allargare la platea degli autonomi ha concorso anche il fisco, con l’introduzione del regime forfettario per le attività con ricavi e compensi inferiori a 85 mila euro che ha reso meno gravoso di un tempo gestire fiscalmente un’attività in proprio. Non è nemmeno da escludere che la crescita numerica di questo settore sia riconducibile anche all’incremento delle “false” partite Iva, probabilmente grazie al boom dello smart working, anche se attualmente viene stimato attorno alle 500mila unità. 

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