Se il Lombardo non esiste, non esiste neanche l’euro

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di Pierluigi Crola – Vi meraviglierete leggendo quello che un accanito sostenitore delle lingue locali scriverà, ma il primo requisito per sostenere una causa è dire la verità.

Sul Corriere del 10 marzo e su Libero del giorno seguente sono apparsi due articoli che avevano come tesi di fondo il Lombardo non esiste.

Si affermava inoltre che, dal momento che il lombardo non esiste, non bisogna applicare tutte quelle norme che salvaguardano (a parole perché non mi risulta siano mai state applicate, ma potrei sbagliarmi) le lingue locali “lombarde” contenute all’interno di un disegno si legge approvato dalla Regione Lombardia nel 2016.

A questo proposito sono doverose alcune precisazioni:

  1. il lombardo non esiste come lingua, ma come insieme di lingue che hanno caratteristiche comuni (addirittura un docente universitario, Geoffrey Hull, in due ponderosi volumi sosteneva che esistevano caratteristiche comuni in ambito Padano, e parlava addirittura di Padanese);
  1. questa lingua è erroneamente confusa con le lingue parlate in Lombardia: niente di più falso. Il lombardo è parlato anche nel Canton Ticino (alcune caratteristiche accomunano ticinese e brianzolo), nel VCO e nel novarese, mentre le zone di confine come il mantovano o il pavese hanno una parlata in alcuni tratti più simile a quella dei loro confinanti, gli emiliani. Il lombardo non è un concetto geografico ma storico e linguistico;
  1. parlando della famigerata legge 482/99 che tutela le minoranze linguistiche, si accennava che erano salvaguardati anche il friulano e il sardo e io aggiungo il ladino.

Tutte queste affermazioni sono vere, ma bisogna approfondire ulteriormente per capire meglio.

Perché il sardo e il ladino sono considerate lingue e il milanese no? O lo sono tutte e tre o non lo è nessuna delle tre.

Ad esempio, il ladino non esiste come lingua, ad eccezione di una koinè, il Ladin dolomitan creato a tavolino, poiché ogni valle ha la sua variante: il badiotto, il gardenese, il mareo, il fodom, l’ampezzano, e il fassano che ha addirittura tre varianti nello spazio di una quindicina di chilometri (moenat, brach e cazét). E allora perché il Ladin, insieme di lingue estremamente frammentate è considerata lingua vera e propria, e il milanese, con tutta la sua storia e letteratura no?

A chi dice che se non esiste il Lombardo bisognerebbe eliminare la legge che tutela le varie minoranze, rispondo con le parole non di un accanito secessionista, ma di un membro della Accademia della Crusca, organo che tutela la correttezza della lingua italiana, Angelo Stella: “il Lombardo, termine già utilizzato da Dante e dal Castiglione, è un contenitore di dialetti (che io preferisco chiamare lingue, ndr) che hanno dei tratti in comune ed è giusto rivendicarne la storicità”.

Ed aggiunge: “L’obiettivo deve essere quello di salvare la storia. Il vocabolario dei nostri dialetti si sta perdendo, ma non dobbiamo lasciar spegnere la voce dei nostri antenati. Quelli lombardi sono dialetti romanzi (più corretto gallo-romanzi, ndr) primari, da intendere non come sottospecie linguistiche, bensì idiomi territoriali contrapposti a quelli ufficiali dello Stato.”

Due sono le conclusioni possibili:

  1. perché il Lombardo da lingua “virtuale” passi a lingua reale è necessario creare una koinè, come han fatto catalani, ladini e altri;
  1. perché se il lombardo non esiste, non esiste neanche l’euro? Tutti e due hanno una caratteristica comune: il concetto di Lombardo ed euro si può materializzare solo in funzione delle componenti che esprimono tali concetti. In parole povere, se non avessimo il milanese, il varesotto, il bergamasco e le altre varianti, non avremmo il lombardo; se non avessimo le monetine o le banconote da 5, 10, 20, 50, 200 e 500 euro non avremmo l’euro.

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