Immigrazione, lavoro, scuola, macroregioni. Perché non emergono le idee “giuste”?

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di Sergio Bianchini – Siamo un paese pieno di sdegni, di commentatori raffinati, di sognatori bramosi di beni infiniti ed eterni. Ci manca solo il governo, il buon governo, la filosofia e la ricerca pratica del buon governo.

Davanti alle cose che vanno male si cerca sempre un imputato da crocifiggere, un principio guida rivoluzionario risolutore e salvatore, si pensa che la disputa filosofica sia l’inizio della soluzione.

Ma la realtà demolisce tutte le bolle non appena chi prima si opponeva vince e va al governo. Allora si procede a tentoni, smentendo tutte le promesse, le speranze, le illusioni genericamente definite e di solito sovradimensionate.

Consideriamo la scuola. Anziché porre idee concrete sul problema dei concorsi, dei trasferimenti, dell’orario scolastico degli alunni, degli orari di lavoro dei docenti, dei libri di testo e dei contenuti, dei doposcuola e del recupero mirato, dei percorsi di studio ben consigliati e ben gestiti si corregge il nome del ministero alimentando i consueti scontri moralistico lessicali.

Nell’immobilismo totale sul piano organizzativo si sviluppano continue …. rivoluzioni lessicali.

Consideriamo l’immigrazione illegale. Continua lo scontro tra umanesimo accogliente e umanesimo frenante che si sviluppa intorno al lessico relativo al diritto marittimo, al diritto nazionale, ai diritti universali. Ma il rimpatrio dei non aventi diritto all’asilo non viene nominato e tantomeno attuato. Si dice che è impossibile. Ma proviamo a concepire un sano rapporto tra nazioni. Se gli immigrati abusivi, cioè senza diritto all’asilo, venissero raggruppati in asili di nazionalità, tunisini con tunisini, marocchini con marocchini e così via e si convocassero nazione per nazione i ministri degli esteri chiedendo di organizzare insieme il rimpatrio si creerebbero chiarissime condizioni contrattuali e relazionali tra stati. Anche la gestione degli asili sarebbe facilitata e purificata.

Ma qualcosa impedisce di usare le differenze nazionali, anche tra i nostri nazionalisti, e così costruiamo e collaboriamo con quel mondialismo che in nome del cittadino del mondo vuole a tutti i costi forzare i nostri confini, non per il bene dei paesi poveri ma per ragioni geopolitiche di concorrenza fra stati ricchi.

Consideriamo la sicurezza e l’ordine pubblico. Si dice da decenni che le carceri sono inadeguate ma non esiste alcun piano di modernizzazione del sistema carcerario che fatica ad accogliere 60.000 detenuti in un paese di 60 milioni di abitanti. Negli USA, che sono 5 volte più popolati dell’Italia i detenuti sono 1 milione, in percentuale quasi 20 volte di più.

Consideriamo l’economia e il debito pubblico. Tutti lo temono ma non esiste un programma di eliminazione del debito anzi esso continua a crescere e continuano le promesse dei regalatori dell’impossibile. Nessuno che osi dire la cosa ovvia in un sistema indebitato e cioè che bisognerebbe per un tempo definito e controllato lavorare di più, ma non da vecchi.

Fare ad esempio il part time per i giovani , imitare la Germania col lavoro fino a 500 euro mensili detassato, consentire il part time per gli anziani.

No, il buon governo non rientra nei nostri ideali, nelle nostre bandiere. Solo gli sdegni, i pianti, le nostalgie, i furori. E queste sono proprio le cose che annientano il pensiero creativo e la voglia di unirsi per sperimentare soluzioni.

Il terreno organizzativo, quello in cui quantità e tempo determinano la validità delle idee di governo e di riforma non c’è e quando ce n’è un po’ viene tenuto nascosto. Nascosto forse perché se svelato prima di vincere rimarrebbe indifendibile davanti agli attacchi avversi o perfino poco appetibile per gli amici.

Concludo col discorso sull’autonomia regionale. Qualcuno sente nominare la macroregione nord e una nuova organizzazione macroregionale dell’Italia?

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