Il Natale più drammatico dal 1944

Lettura 4 min

di Giovanni Cominelli – Il Natale 2022 è il più drammatico dal 1944. E’ un Natale di guerra di popolo e di lotta sanguinosa per le libertà umane. 
Per i Cristiani festeggiare il Natale significa ricordare una data, che ha cambiato la storia del mondo: a partire da lì, da quel punto che separa l’Avanti Cristo dal Dopo Cristo, si è sviluppata una forza spirituale, sociale e, infine, politica che ha generato un flusso di eventi. Questo vale, in realtà, anche per gli  Hittiti e per l’Egira, e per Gengis Khan… Ma per i Cristiani in quel giorno, per convenzione fissato il 25 dicembre, è accaduto molto di più: le biografie individuali e la Storia del mondo sono state ontologicamente orientate verso la liberazione e verso la salvezza. A differenza del messianismo ebraico, per il quale l’avvento del Messia rappresentava il compimento della Storia – oggi diremmo “la fine della Storia” – per il messianismo cristiano il flusso degli eventi fa un salto quantico, su un’altra orbita. La Storia non é più ciclica, non é più Fato o Destino, come nel pensiero classico, è Storia aperta. La “revolutio” non significa più l’eterno ritorno in circolo su di sé, ma la rottura delle catene con cui il passato stringe il presente. “La revolutio” è generazione del  “novum”. 
Qual è la forza originaria e generatrice? E’ la libertà dei figli di Dio. E’ la coscienza responsabile del singolo e dei popoli. 

A questo pensava certamente Benedetto Croce, che non era un credente, quando scrisse il piccolo saggio – Perché non possiamo non dirci “cristiani”- pubblicato nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale su «La Critica» il 20 novembre 1942 –  molto citato e ormai sempre meno letto. Scrive B. Croce: “Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo… La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e, conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità … e perciò specificamente, noi, nella vita morale e nel pensiero, ci sentiamo direttamente figli del cristianesimo. Nessuno può sapere se un’altra rivelazione e religione, pari o maggiore di questa che lo Hegel definiva la «religione assoluta», accadrà nell’uman genere, in un avvenire di cui non si vede ora il più piccolo barlume; ma ben si vede che, nel nostro presente, punto non siamo fuori dai termini posti dal cristianesimo, e che noi, come i primi cristiani, ci travagliamo pur sempre nel comporre i sempre rinascenti ed aspri e feroci contrasti tra immanenza e trascendenza, tra la morale della coscienza e quella del comando…”.


La crociana “religione della libertà” non è, dunque, la libertà assoluta come un Dio nuovo da adorare, come pare accadere nei nostri tempi, che spinge, direbbe il Croce, “nella bassura sensuale e utilitaria”, ma è il Cristianesimo stesso.  Che il filosofo invita a veder “non già nei suoi impacci ed arresti, nelle sue aporie e contraddizioni, nei suoi erramenti e sviamenti, ma nel suo impeto primo e nella sua tensione dominante”. 
Certo, c’è una bella differenza tra il credente, convinto che la Storia sia cambiata ontologicamente dal di dentro, e il non credente alla B. Croce, convinto che il Cristianesimo abbia “solo” cambiato la filosofia-percezione della Storia. E tuttavia occorre prendere atto che questa nuova coscienza della libertà nella Storia ne ha cambiato il flusso reale. 

E’ questa irruzione che il Natale ci ripropone ogni anno non solo come ricordo, ma come processo in atto. Per quanto questa data sia ormai avvolta dalle luci fatue delle luminarie, sia stata trasformata in una rutilante giostra di consumi di un perenne Black Friday e sia stata avvolta nella retorica del buonismo universale, dalla rottura che essa ha provocato continua ad uscire un flusso di lava incandescente: dall’Ucraina, all’Iran, all’Afghanistan, all’Armenia, alla Siria… dovunque i popoli e, davanti a loro, le giovani generazioni, in primo luogo le giovani donne, si battono e muoiono per le libertà. Nell’Iran di questo Natale 2022 sta accadendo qualcosa di tragicamente nuovo e straordinario: migliaia di donne giovani, di studenti universitari e di ragazzi delle scuole superiori di Teheran, di Isfahan, di Mashhad… continuano a muovere inermi, da mesi, incontro ai fucili dei Basij – le milizie paramilitari, che difendono la moralità dei cittadini – dei Pasdaran – il Corpo delle guardie della Rivoluzione islamica – dell’Esercito.  Ritorna l’eco della marcia delle donne iraniane dell’8 marzo 1979, che sfilarono al grido: “La libertà non è né occidentale né orientale, è universale!”. In realtà, quel grido era la prova che “la libertà occidentale” è diventata universale. 

La domanda di libertà è radicale, ultimativa, non dà scampo. Neppure a noi. Eppure la società civile, la cultura e la politica italiane sembrano tiepidamente mobilitate. Solo in questi giorni il nostro Ministro degli esteri si è deciso a convocare l’ambasciatore iraniano. Poca gente in piazza a fianco degli Iraniani. Forse la nostra democrazia è stanca? Per fortuna, la sua “guardia” non è stanca: “La libertà non è divisibile, né socialmente, né territorialmente, perché la libertà in realtà si ottiene pienamente soltanto se ne godono anche gli altri. Perché si realizza insieme a quella degli altri. Non c’è libertà piena, se gli altri ne sono privi… “, così disse Mattarella. Chi passeggia nella Piazza del Duomo di Milano, brandendo pacchi-regalo e cellulari da selfie, non dovrebbe dimenticare le giovani donne che si battono per la libertà universale e indivisibile nella grande Piazza della Moschea con le piastrelle blu di Isfahan o davanti ai cancelli chiusi delle Università di Kabul. Si battono e muoiono anche per noi, distratti e immemori.

Per gentile concessione dell’autore da santalessandro.org

Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli laureato in filosofia con Enzo Paci. Consigliere comunale a Milano nel 1980 per il Pdup, consigliere regionale dal 1981 al 1990 per il Pci. Dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Cdo dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Collabora a Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative sul Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009)

Servizio Precedente

Il mafia marketing per spacciare all’estero cibi che fanno danno al made in Italy

Prossimo Servizio

Il “gran padre Po” e la Padania nel 1930. Parole profetiche

Ultime notizie su Opinioni