Categorie: Cultura

Convegno Manzoni – Il Risorgimento e gli intellettuali al servizio dell’unità. Gremmo: La lingua come strumento di conquista

Pubblichiamo l’intervento di Roberto Gremmo al convegno di Biassono su Manzoni.

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  Ringrazio l’Associazione Oneto, la Fara e Nuova Costituente per avermi invitato a questo convegno che pone al centro delle vicende risorgimentali un fenomeno colpevolmente ignorato dalla storiografia ufficiale: l’alieazione forzata dell’identità culturale dei Popoli della Penisola, omologati da un’implacabile italianizzazione.

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Protagonisti di questa ‘pulizia etnica’ sotterranea sono stati:

i Savoia, che trovano nel ‘sentimento nazionale’ l’alibi per la loro sete di conquista di nuovi territori (volevano soprattutto la Lombardia).

PARENTESI : é un aspirazione antica: nel Cinquecento, quando Emanuele Filiberto sposta la capitale a Torino decreta l’uso ufficiale della “lingua volgare” accanto a quella francese (non dice espliciamente l’italiano).

Poi c’è la classe dirigente subalpina, politica e militare che deve dare una giustificazione ideale alla sua voracità contro i beni ecclesiastici e nobilitare la lotta alla Chiesa delle famigerate leggi Siccardi con il mito unitario.

Terzi e non ultimi pionieri attivi dell’italianizzazione gli intellettuali (…).

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Quella che Roberto Martucci nell’“Invenzione dell’Italia unita” chiama “contaminazione italiana” avviene dopo i falliti complotti costituzionali dal 1820 al 1848 quando Torino è presa d’assalto da una massa di ’rifugiati politici’ senza un soldo ma rabbiosi e vendicativi, fuggiti dal Sud, Stato pontificio, Lombardia, Toscana e Ducati padani perché colpevoli di cospirazione, violenze e complotti.

     In una città che conta più o meno 150.000 abitanti, viene paracadutata una massa di sedicenti perseguitati il cui numero varia, a secondo del periodo, fra 15.000 e 50.000.

La loro attività principale consiste nel dipingere gli Stati di provenienza come terre di repressione, mancanza di libertà, persecuzione degli oppositori con il popolo in attesa di liberazione.

Nei caffé di una Torino che gli esuli chiamano “La Mecca” tutti costoro ciondolano nullafacenti, progettano gloriosi ritorni e soprattutto preparano l’opinione pubblica a sanguinosi bagni di sangue, le future ‘guerre patriottiche’ per liberare i ‘fratelli d’Italia’ dal giogo della reazione e dallo straniero.

Hanno il tempo che vogliono perchè godono tutti di lauti sussidi governativi come “rifugiati politici” che permettono loro di scrivere denunce infuocate contro i ‘tiranni’, stampare e dirigere giornali che deformano la realtà del Sud ma sono ben graditi a Cavour che deve giustificare di fronte ai pacifici piemontesi le sue follie guerrafondaie iniziate con la spedizione in Crimea dove 2000 nostri contadini-soldati erano morti.

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Come dimostrano le schede personali dei proscritti visionabili in via Piave all’“Archivio di Stato” di Torino, il governo stanziò cifre rilevanti per il mantenimento di questi personaggi che la popolazione bollava con l’epiteto insultante di “pules” (le pulci); mentre chiamava le pulci “j’italian”.

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   L’egemonia culturale esercitata gramscianamente da costoro poteva dare buoni (secondo me, tragici) frutti perchè il Governo spesso pagava la carta dei loro giornali o li inseriva negli organici di quelli del posto; come il “Risorgimento” di Cavour che per un certo periodo fu diretto dal romagnolo Farini, futuro nemico di contadini del Sud nella feroce ‘lotta al brigantaggio’ inasprita dalla spietata legge dell’abruzzese Giuseppe Pica. La popolare “Gazzetta Piemontese” era invece diretta dall’esule napoletano Giuseppe Massari che, salendo di grado, nel 1860 sarà il portavoce governativo sabaudo con la “Gazzetta Officiale del Regno”.

   Farini e Massari avevano scritto libri feroci contro il loro Paese d’origine.

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Mentre manteneva generosamente coi fondi dello Stato questi propagandisti di guerra, il governo  del liberale Cavour poneva tutti gli ostacoli possibili alla stampa d’opposizione; presa di mira con sequestri e denunce al minimo pretesto, con un particolare accanimento contro “L’Armonia” del coraggioso don Margotti, fatto segno (come don Bosco) anche ad attentati terroristici.

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A completare il quadro d’un parassitismo guerrafondaio va segnalato il ruolo  di attiva “agenzia di propaganda nel Piemonte e un agente di rivoluzione altrove” (come sottolinea lo storico americano Raymond Grew) della “Società Nazionale”, fondata a Parigi nel 1857 e, manco a dirlo, creata da esuli politici capeggiati da Daniele Manin che faceva da sponda alle trame di Cavour.

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   Col pretesto di affiancare gli Alleati nell’avventurista spedizione in Crimea, il maneggione siciliano avvocato La Farina creava un’effimera “Legione Anglo-italiana” che non vide mai uno scontro armato, ma servì egregiamente per raggruppare delle teste calde, pagate e mantenute coi soldi del Governo piemontese anche per garantire una manovalanza ai progetti cospirativi tenendo disponibili dei sospetti ma utili mazziniani.

Mentre le nubi guerresche si addensavano ed i proscritti italici si apprestavano a lasciare “La Mecca” per un glorioso ritorno in patria sulle spalle dei bersaglieri, il ruolo di trombettiere dell’Italia unita passava all’avvocato Angelo Broferio, molto famoso per le sue popolarissime canzoni in lingua piemontese che veniva assunto ben pagato dal Governo di Cavour per comporne altre, di contenuto nazionalista, scritte anch’esse in lingua piemontese per persuadere i ceti subalterni.

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Partiti i ‘martiri della reazione’, il bastone di testimone e vittima della repressione poliziesca austriaca restava al saluzzese Pellico che vergava pagine di denuncia, ovviamente tacendo che con le sue confessioni di ‘pentito’ aveva messo nei guai tutti i suoi amici.

   Alla bisogna di italianizzare tutti provvedeva anche quella che Claudio Marazzini nel suo “Confronto linguistico fra Piemonte e Italia” definisce una “crociata antidialettale in nome di aspirazioni politiche”. Partita nel 1854 con un saggio di Oreste Raggi che inveiva contro “il popolo minuto degli operai e dei contadini che si esprimono solo in dialetto e sono privi di ogni spirito patriottico” era salita di tono dopo il 1848 con la pubblicazione di una violenta filippica d’Ignazio Pansoia che si rivelava un vero e proprio “dossier della spiemontesizzazione” spianando la strada alla riforma del profugo milanese Casati che (sulle orme di Carlo Felice del 1859 aveva imposto l’istituzione di scuole rurali per insegnare a tutti “i rudimenti dell’italiano”) come ministro proporrà una riforma binaria della scuola, tutta in lingua italiana ma divisa in quella per gli abbienti e l’altra per il mondo rurale, sempre bistrattato anche perché quasi totalmente dialettofono.

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Quest’ubriacatura monolinguistica doveva provocare dei veri e propri deliri; al punto che Tullio De Mauro nella sua “Storia linguistica dell’Italia unita” ricorda che Alessandro Manzoni oltre a sciacquare i panni in Arno era giunto a proporre che i futuri maestri fossero esclusivamente toscani.

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La spedizione di Garibaldi al Sud doveva diventare l’occasione per lo scatenarsi d’una letteratura agiografica che esaltava e mitizzava l’eroe dei due monti, già trafficante di schiavi in Sud America ed implicato in ogni avventura guerrafondaia assieme ad una banda di sbandati, esaltati ma militamente incapaci che riuscirono nell’impresa solo grazie alla complicità inglese, al tradimento degli alti gradi borbonici e all’appoggio dei ‘picciotti’ mafiosi.

   A fare di Garibaldi una figura leggendaria fu soprattutto il celebre scrittore francese Alexander Dumas padre, giunto in Sicilia sul suo lussuoso yacth personale; mentre il sodale di Marx, Federico Engels esaltava più volte il condottiero con l’orecchio mozzato per le sue “stupefacenti imprese militari”.

   Il cronista più noto dell’avventura fu il letterato poi deputato Giuseppe Cesare Abba, ferocissimo contro “l’orgia di villani, di soldati che uccidevano al grido di Viva Francesco secondo e Viva Maria”; meno noto l’altro cronista, il giornalisa toscano Giuseppe Bandi, ucciso da un anarchico nel 1894 quando dirigeva “Il Telegrafo”.

  Nel 1878 quando sulla “Gazzetta Ufficiale” venne pubblicato l’elenco dei Mille di Marsala ne risultavano 1.089 (compresi 41 diventati poi pazzi, suicidi o assassinati); mentre nel 1907 quando si trattò di concedere una pensione ai componenti la spedizione garibaldina al Sud la ottennero in 20.000.

  Lo storico inglese Christian Duggan ha sottolineato che l’esercito garibaldino “era un’eterogenea masnada, che per molti dei 50.000 uomini che alla fine risultarono iscritti sul libro paga l’arruolamento era stato solo un modo per trovare un lavoro, e che si trattava di gente che con nessuna credenziale militare  (o patriottica). C’erano inoltre numerose irregolarità, con soldati che figuravano in forza a più di un reggimento e intascavano più volte la paga quotidiana (l’esatta misura della corruzione è ignota, perché il capo dell’amministrazione dell’esercito, lo scrittore Ippolito Nievo, annegò nel marzo 1861 e con lui scomparvero tutti i libri contabili”.

   Un altro torbido segreto d’Italia.

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   Ma la propaganda italianista non rifuggiva dalla truffa e dall’inganno, come dimostra questo episodio.

   L’8 dicembre del 1856 a Capodichino il soldato Agesilao Milano, affiliato segretamente alla “Carboneria” cercò di uccidere re Ferdinando II durante una parata militare ma venne subito immobilizzato, processato ed impiccato.

   Pochi giorni dopo, il Consiglio Comunale di Torino deliberava a sorpresa di mutar nome all’antica “Via per l’Italia” che porta verso la Lombardia in “Via Milano”, giustificandolo col fatto che effettivamente la strada si dirige verso il capoluogo lombardo.

  

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    Per concludere questa breve carrellata sui pifferai a pié di lista, complici della carneficina risorgimentale, dei loro misfatti e menzogne, voglio ricordare che l’autorevole storico Aldo Alessandro Mola ha recentemente scoperto dei documenti dai quali risulta che il celebre inno “Fratelli d’Italia” inneggiante allo schiavismo ed esaltante la morte non sarebbe stato scritto da Goffredo Mameli, bensì dal suo precettore, il padre scolopio Attanasio Canata.

 Non ci sono parole.

Redazione

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