L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA  E’  LO SPACCAITALIA  E LA SECESSIONE DEI RICCHI?

3 Febbraio 2024
Lettura 2 min

di Raffaele Piccoli – Il 23 gennaio scorso il Senato ha votato, con ampia maggioranza  la prima lettura del disegno di legge Calderoli sull’autonomia differenziata. Per  approfondire il merito di questa riforma   è opportuno chiarire  meglio di cosa si tratta.

 Non siamo di fronte ad una legge costituzionale ma ordinaria,  e ad una norma che una volta in vigore non modifica  la struttura e l’operatività  della regione. 

 La legge  approvata  dal Senato, è una regola di percorso, o come viene definita in politichese una legge quadro, cioè stabilisce le norme fondamentali cui una regione deve adeguarsi per ottenere le 23 materie, o parte di esse, ai sensi dell’art. 116 della Costituzione.  E’  importante precisare il testo del terzo comma  del suddetto articolo: “possibilità di attribuire condizioni particolari di autonomia alle regioni a statuto ordinario”.

Il  sostantivo  ” possibilità”  ne chiarisce la razio. In sostanza il potere è e rimane  allo stato centrale il quale a richiesta della regione può attribuire in tutto o in parte le materie di cui la costituzione ne preveda la delega. Questo ” contratto” ha durata decennale, e può essere revocato.  Quindi nulla di nuovo, l’Italia mantiene un’ordinamento centrale ad articolazione regionale.

La Regione continua ad essere come ora un organo decentrato dello Stato, senza una vera finanza autonoma, ma che potrà mantenere parte delle risorse raccolte sul territorio, a patto che dimostri di saperle spendere meglio dello Stato.. Ma oltre a mantenere un rango istituzionale di basso livello, non potrà avere un suo parlamento, un suo governo,  cioè  una dignità simile a quella  delle istituzioni romane. Insomma nulla a che vedere con il federalismo.

I detrattori, i patrioti,  i sostenitori della retorica centralista, i nazionalisti incalliti, i governatori del sud,  e i sindacati gridano  contro la riforma “spaccaitalia” o contro la “secessione dei ricchi”.  Non sfugge quanto sia strumentale e faziosa questa contestazione,  a fronte della pochezza della riforma.

Non c’è nessuna secessione, la Regione chiede se vuole, lo stato  tramite il governo (o forse il parlamento) concede se vuole. L’onere della prova spetta alla periferia non al centro. 

La legge Calderoli è fatta male e non mi convince.

In primo luogo un paese non può essere spezzettato in venti  autonomie, con  norme  contrastanti, e territori troppo piccoli. Ma non mi convince anche perché prima di entrare in vigore dovranno essere approvati e finanziati i famosi LEP (livelli essenziali delle prestazioni).

Questo significa  che lo stato deve  trovare i fondi per finanziare Calabria, Campania, Puglia, Basilicata, Molise, Sicilia ecc. affinché i cittadini di queste regioni abbiano le medesime condizioni di servizi e prestazioni di quelli Lombardi, Veneti o Emiliani. E’ evidente  che si tratta di  una   “mission impossible” . questi fondi che ammontano a miliardi di euro non ci sono e non ci saranno mai, o meglio se si vorranno trovare si dovrà spremere oltremodo il nord, con buona pace del residuo fiscale da trattenere sul territorio.

Da ultimo, non può sfuggire la natura di scambio di tutto questo. 

Da una parte una lega alla disperata ricerca del consenso perduto, dall’altra una Meloni, che è obbligata a mettere dei punti fissi ideologici a salvaguardia di quanto promesso in campagna elettorale.  Uno scambio e un compromesso tra un presidenzialismo annacquato che oggi si traduce in premierato forte, e un federalismo inesistente che oggi chiamano autonomia a geometria variabile o differenziata.

L’Italia questa Italia, non sa offrire altro..

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