Benedetto XVI, il papa professore che spiegava lo stile di Dio

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di Gabriele Arcangelo – La morte ed i funerali del papa emerito Benedetto XVI ci sta portando a ripercorrere il grande cammino di Joseph Ratzinger con e nella Chiesa tra il XX e XXI secolo, come professore di teologia, vescovo, cardinale, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e papa.

Chi ha avuto modo di studiare teologia sa che, al di là delle diverse correnti di pensiero e dei diversi orientamenti teologici Ratzinger – Benedetto XVI è un punto di riferimento con cui non è possibile non confrontarsi.

Al di là della notevole quantità di spunti e testi di Ratzinger su cui ho personalmente avuto la possibilità di confrontarmi durante gli anni degli studi ( e non solo), il ricordo particolare che ho dei brevi incontri avuti in particolari occasioni è quello di un uomo mite e timido che, in quei pochi istanti concessi per il saluto non perdeva occasione di un breve scambio e ti faceva percepire chiaramente come in quel momento per lui c’eri tu e tu solo; informandosi brevemente a che punto degli studi fossi e quale fosse la mia provenienza inquadrava subito quali erano i miei professori e quale il vescovo della mia Diocesi.

Frutto, questo, a mio modo di vedere , del suo essere fin nel midollo professore nel senso più alto del termine, uomo, cioè, di profondo studio e grande sapere che, proprio per questo sa di avere comunque qualcosa da apprendere dalla persona che si trova davanti, anche se, culturalmente ed umanamente le differenze sono abissali.

Questo è stato Benedetto XVI, un uomo di grande intelligenza messa all’opera in un continuo impegno di studio, uomo che ha lasciato che lo studio plasmasse in umiltà e non in superbia saccente la sua vita.

Le immagini di lui dipinto, fin da quando era Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, come un conservatore rigido e quasi reazionario altro non sono che stereotipi costruiti a tavolino da chi non ha mai letto una sola riga della sua enorme produzione teologica e magisteriale.

Il suo sapere teologico, profondo, esaustivo ed al tempo stesso chiaro anche ai “non addetti ai lavori” è stato messo esclusivamente e totalmente a disposizione della Chiesa; di Cristo, quindi , e inseparabilmente dell’uomo.

La teologia di Ratzinger/Benedetto XVI è stata teologia nel senso pieno del temine, riflessione e studio della Rivelazione che Dio ha dato di sé all’uomo; riflessione e studi resi nei termini più accesibili all’uomo collocato in un determinato tempo e contesto socio culturale e al tempo stesso valida e “attuale” in ogni tempo; riflessione finalizzata non ad una esposizione erudita e colta ma al favorire l’incontro e la conoscenza del Dio trino ed unico all’uomo e suscitare domande, aprire spiragli sugli aspetti determinanti della fede, della vita e della società. Il tutto esprimendo realtà enormemente al di fuori della nostra portata con categorie il più possibile coerenti col nostro vivere qui ed ora in un contesto sociale e culturale che, nel nostro Occidente secolarizzato, allontana sempre di più il mondo da Dio.

Gli esempi sono tantissimi, ma credo che per comprendere la chiarezza espositiva di Ratzinger/ Benedetto XVI siano molto utili gli interventi su temi “censurati” dalla cultura odierna come la morte, esorcizzata col silenzio. Ratzinger, ben lontano dall’evitare il tema scomodo ma anche dall’affrontarlo dai toni apocalittici da predicatore medievale che urla “ricordati che devi morire!”, lo tratta senza inquadrarlo in una netta separazione di qua/di là; lo affronta a partire dalla relazione con Cristo, la sola relazione che può tenere unite le due dimensioni facendole una.

Usa, come molte altre volte la prospettiva della relazione, categoria reale che ognuno di noi vive al di là della pratica religiosa.

A titolo di esempio possiamo leggere quanto ha detto il giovedì santo del 2010: “…Vi è innanzitutto la frase: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17, 3). Ogni essere umano vuole vivere. Desidera una vita vera, piena, una vita che valga la pena, che sia una gioia. Con l’anelito alla vita è, al contempo, collegata la resistenza contro la morte, che tuttavia è ineluttabile. Quando Gesù parla della vita eterna, Egli intende la vita autentica, vera, che merita di essere vissuta. Non intende semplicemente la vita che viene dopo la morte. Egli intende il modo autentico della vita – una vita che è pienamente vita e per questo è sottratta alla morte, ma che può di fatto iniziare già in questo mondo, anzi, deve iniziare in esso: solo se impariamo già ora a vivere in modo autentico, se impariamo quella vita che la morte non può togliere, la promessa dell’eternità ha senso. Ma come si realizza questo? Che cosa è mai questa vita veramente eterna, alla quale la morte non può nuocere? La risposta di Gesù, l’abbiamo sentita: Questa è la vita vera, che conoscano te – Dio – e il tuo Inviato, Gesù Cristo. Con nostra sorpresa, lì ci viene detto che vita è conoscenza. Ciò significa anzitutto: vita è relazione. Nessuno ha la vita da se stesso e solamente per se stesso. Noi l’abbiamo dall’altro, nella relazione con l’altro. Se è una relazione nella verità e nell’amore, un dare e ricevere, essa dà pienezza alla vita, la rende bella. Ma proprio per questo, la distruzione della relazione ad opera della morte può essere particolarmente dolorosa, può mettere in questione la vita stessa. Solo la relazione con Colui, che è Egli stesso la Vita, può sostenere anche la mia vita al di là delle acque della morte, può condurmi vivo attraverso di esse. Già nella filosofia greca esisteva l’idea che l’uomo può trovare una vita eterna se si attacca a ciò che è indistruttibile – alla verità che è eterna. Dovrebbe, per così dire, riempirsi di verità per portare in sé la sostanza dell’eternità. Ma solo se la verità è Persona, essa può portarmi attraverso la notte della morte. Noi ci aggrappiamo a Dio – a Gesù Cristo, il Risorto. E siamo così portati da Colui che è la Vita stessa. In questa relazione noi viviamo anche attraversando la morte, perché non ci abbandona Colui che è la Vita stessa”.

Tema, quello della vita e della morte, su cui tanto il cristiano quanto il non credente è toccato dal dubbio; dubbio che, come ricorda Ratzinger da professore nell’insuperabile “Introduzione al Cristianesimo” può divenire luogo di dialogo e confronto tra credenti e non credenti.

Oppure pensiamo al tema della “memoria”, realtà tanto umana quanto divina che, alla luce della Rivelazione cristologico-trinitaria diventa “luogo” in cui tempo presente ed eternità in Dio si uniscono offrendo la speranza di cui ognuno ha bisogno assoluto per affrontare la dipartita da questo mondo.

Per la morte di Manuela Camagni, memores domini della “famiglia pontificia “ prematuramente scomparsa, riflettendo sul contrasto tra il dolore per la perdita di una persona cara e l’Alleluia della liturgia cantato nelle esequie, Benedetto XVI diceva: “ Noi sentiamo soprattutto il dolore della perdita, ma la liturgia sa che noi siamo nello stesso Corpo di Cristo e viviamo a partire dalla memoria di Dio che è memoria nostra: In questo intrecio della sua memoria e della nostra memoria siamo viventi”.

Mi piace chiudere con una breve citazione di quanto affermato coi giovani alla giornata mondiale della gioventù di Colonia, pochi mesi dopo la sua elezione al soglio pontificio.

A Colonia sono custodite le reliquie dei magi e Benedetto XVI centrò i suoi interventi di quei giorni sulla “rivoluzione” di Dio a cui i magi hanno assistito; partiti per adorare un re che immaginavano potente , come le nostre categorie umane lo immaginano, si trovano davanti ad un bambino piccolo, povero, indifeso in una stalla; è questa la “rivoluzione” di Dio, dalla grande potenza alla semplicità del presepe, dal dominio del più forte alla forza divina espressa nella “sconfitta” della croce.

Con la venuta di Dio nel mondo nel Figlio Gesù l’idea di regalità e divinità viene ribaltata, rivoluzionata, e di conseguenza non può restare indifferente chi incontra e conosce Cristo nella sua vita. Proprio come i magi.

“Dovevano cambiare la loro idea sul potere, su Dio e sull’uomo e, facendo questo, dovevano anche cambiare se stessi. Ora vedevano: il potere di Dio è diverso dal potere dei potenti del mondo. Il modo di agire di Dio è diverso da come noi lo immaginiamo e da come vorremmo imporlo anche a Lui. Dio in questo mondo non entra in concorrenza con le forme terrene del potere. Non contrappone le sue divisioni ad altre divisioni. A Gesù, nell’Orto degli ulivi, Dio non manda dodici legioni di angeli per aiutarlo (cfr Mt 26, 53). Egli contrappone al potere rumoroso e prepotente di questo mondo il potere inerme dell’amore, che sulla Croce – e poi sempre di nuovo nel corso della storia – soccombe, e tuttavia costituisce la cosa nuova, divina che poi si oppone all’ingiustizia e instaura il Regno di Dio. Dio è diverso – è questo che ora riconoscono. E ciò significa che ora essi stessi devono diventare diversi, devono imparare lo stile di Dio”.

Stile di Dio di cui Benedetto XVI è stato grande maestro.

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